A volte, dietro la cronaca, si nascondono segrete ragioni «metafisiche». Si pensi alla recente vicenda del furto di quattro tavole di Antonello da Messina conservate nel Museo Regionale di Messina. Un colpo al cuore del nostro patrimonio, che ha suscitato indignazione per le misure di sicurezza e alimentato sospetti sui mandanti. Il drammatico affaire-Antonello ci induce anche a riflettere su altro: sul senso dell’inestimabile.

Un concetto desueto in un’epoca come la nostra, segnata dal declino di alcune categorie forti (verità, trascendenza), dall’affermazione dell’idea di riproducibilità tecnica. E dal trionfo di una visione economicistica della cultura. Che ha contagiato il sistema dell’arte, al punto da aver spinto il critico Robert Hughes a stigmatizzare la nostra come l’età in cui il marchio ha preso il posto dell’aura e «il denaro ha sostituito il significato».

La sparizione dei dipinti di Antonello ci dice che, anche in una fase dominata dall’idolatria dei numeri, non tutto ha un prezzo; e non tutto può essere acquistato. Ad esempio, la Grande Arte. Che, incurante delle leggi del mercato, è senza valore: inestimabile, appunto. Spesso concepita per rispondere alle richieste di qualche committente, non è un mero prodotto. Nata dal talento di un individuo, riesce a far affiorare quel che vi è di sovrumano nell’umano. Ma, soprattutto, ha il potere di sopravvivere ai suoi autori. Testimonianza della lunga durata, fa resistenza al flusso della storia. Portata a stringere un rapporto di familiarità con il senza-tempo, trascende se stessa: non smetterà mai di dire ciò che aveva da dire. Capace di sottrarci alla vita activa, ha l’ambizione di sconfiggere quella divinità imprendibile che è Crono. Contemplare un capolavoro di Antonello, di van Gogh o di Picasso ci fa uscire da questo mondo; e ci fa entrare in un altro mondo, dove soggiornare, pur se brevemente, in un «altrove assoluto», senza farci ghermire dall’attualità sempre incombente.L’inestimabile, dunque. Una sacca di resistenza necessaria.