«A mano di dintra è», è la mano di dentro. Nonna ne era sicura. Era accaduto il furto del secolo, almeno per la geografia familiare della mia infanzia: a una cugina benestante era sparito l’intero servizio d’argento per dodici persone, custodito nel piano alto della credenza del salone. Furto clamoroso. I ladri erano entrati durante la messa domenicale, praticamente l’unica ora della settimana in cui la vegliarda proprietaria lasciava la casa incustodita. Ed erano andati a colpo sicuro, senza perdere tempo tra cassetti, comodini e armadi: direttamente alla credenza, direttamente al servizio buono.
Se ne discuteva nei dopocena siciliani di una volta, quando stare tutti insieme nel «chiano», il cortile, non era ancora una prova di sopravvivenza contro il caldo umido. Parlavano gli adulti, facevano ipotesi, ricostruivano orari e parentele, noi bambini ascoltavamo.
Mia nonna lasciò dire tutti. Poi sentenziò: «A mano di dintra è». E non aggiunse altro. La frase rimase lì, con quel particolare potere che hanno certe sentenze siciliane di spiegare tutto senza spiegare niente. E soprattutto lasciò noi bambini con una certa inquietudine. Perché significava che il pericolo non era entrato dalla finestra. Era già in casa.












