Di: Il giardino di Albert / Christian Bernasconi Il termometro sale, le acque si scaldano e il paesaggio sottomarino sta mutando rapidamente. Non si tratta di una proiezione futura, ma di una realtà scientifica misurabile, come evidenziato dal programma Copernicus. Inoltre, uno studio internazionale tra i cui autori figura anche il professor Thomas Fröhlicher dell’Università di Berna, indica che a causa dei cambiamenti climatici i mari europei stanno subendo un allarmante aumento della temperatura. Nell’estate in corso, alcune zone hanno raggiunto i sei gradi Celsius al di sopra della norma, generando gravi conseguenze per la vita marina. Una situazione che tocca anche il Mediterraneo, che nelle scorse settimane ha registrato un aumento fino a due gradi Celsius.1:02:02Sott’AcquaMillevoci 19.08.2026, 11:05IMAGO / Cavan ImagesMaria Pia Belloni La tropicalizzazioneMa cosa sta succedendo sotto la superficie? Per capirlo, è necessario esplorare un fenomeno tanto affascinante quanto preoccupante: la tropicalizzazione. Non si tratta di un processo improvviso, ma di un mutamento silenzioso che affonda le sue radici nella storia dei commerci umani e che oggi trova nel riscaldamento globale un formidabile acceleratore. A spiegarlo è Guido Gnone, biologo e coordinatore scientifico dell’Acquario di Genova.“Il Mar Mediterraneo si sta tropicalizzando, nel senso che sta assomigliando sempre più ad un mare tropicale. Si tratta di un percorso iniziato in sordina molto tempo fa con l’aumento del traffico marittimo e con lo spostamento dell’uomo e delle merci via mare. Grazie al miglioramento delle tecniche di navigazione, questo traffico da una parte all’altra del globo è aumentato sempre di più e contemporaneamente sono aumentate le specie che hanno “preso un passaggio” per spostarsi, clandestinamente, assieme all’uomo. Ma, per quanto riguarda il Mediterraneo, la svolta è arrivata con il Canale di Suez nel 1869, che ha aperto una via di comunicazione tra il Mar Rosso, un mare tropicale, e il Mediterraneo.”“Per un po’ sembrava che le nuove specie si affacciassero sul Mediterraneo senza insediarsi”, prosegue il ricercatore. “Probabilmente perché il Mediterraneo aveva allora condizioni ambientali troppo diverse. Ma, con il cambiamento climatico, anche questa barriera ecologica si è indebolita e molte specie tropicali hanno cominciato a diffondersi nel nuovo mare reso disponibile.”https://rsi.cue.rsi.ch/info/mondo/Gli-oceani-non-sono-mai-stati-cos%C3%AC-caldi--4009437.htmlUn’estate da recordIl Mediterraneo è oggi considerato un vero e proprio hotspot della biodiversità, ma anche un sensibilissimo termometro della salute del pianeta. Le ultime stagioni estive hanno registrato anomalie termiche che hanno lasciato la comunità scientifica senza parole. “I ricercatori se ne sono accorti già da molto tempo, ma quest’anno sono stati superati di gran lunga tutti i record. Il Mediterraneo è un indicatore del cambiamento perché in questo mare si sommano fenomeni globali e fenomeni meteorologici locali”, continua Guido Gnone. “Ciò causa dei lunghi periodi di bel tempo e soprattutto di assenza di vento che si trasformano in terribili ondate di calore. L’energia si concentra negli strati superficiali dell’acqua, che diventano sempre più caldi (e leggeri) e non si mescolano più con le acque profonde più fredde (e pesanti). In questo modo la stratificazione si consolida e le acque superficiali diventano ancor più calde, fino a raggiungere temperature record che superano i 30°C, impensabili fino a qualche anno fa.”Nuovi abitantiQuesta febbre marina ha conseguenze dirette sulla fauna e sulla flora. Da un lato si assiste a una ritirata di alcune specie mediterranee, poiché “per loro l’ambiente più caldo diventa sfavorevole. Le specie che prediligono le acque fredde risentono dell’aumento della temperatura e, in alcuni casi, subiscono al contempo la competizione diretta delle specie termofile.”https://rsi.cue.rsi.ch/info/mondo/La-Grecia-lotta-contro-il-pesce-palla-argenteo--3912598.htmlDall’altro, assistiamo all’avanzata di nuovi, esotici e talvolta pericolosi colonizzatori. “Sappiamo che alcune specie si sono ormai stabilite nel Mediterraneo, stanno aumentando la loro densità e anche il loro areale”, prosegue Guido Gnone. “Ad esempio, il pesce palla argenteo, oppure il pesce scorpione, il pesce coniglio o il pesce flauto. Sono specie tropicali che sarà probabilmente impossibile ricacciare indietro. È inoltre difficile prevedere quale sarà la loro espansione in futuro, perché non è facile sapere quali fattori limitanti incontreranno. Queste specie sono qui, ci resteranno e ora si cerca in qualche modo di mitigare la loro invasività, ma il Mediterraneo non tornerà a essere quello che era.”Il destino dei cetaceiLe ripercussioni di questa metamorfosi non risparmiano i mammiferi marini. Guido Gnone e il team dell’Acquario di Genova e della Fondazione Acquario di Genova monitorano da anni queste dinamiche, anche attraverso progetti di ricerca internazionali come il progetto PROMED. “Il progetto PROMED studia, tra le altre cose, l’effetto del cambiamento climatico sui cetacei. Nel Mediterraneo vivono regolarmente nove specie di cetacei. Queste specie hanno caratteristiche ecologiche diverse, quindi gli effetti del cambiamento climatico possono essere molto diversi da una specie all’altra. Il tursiope, per esempio, è una specie che vive nelle acque della piattaforma, (generalmente entro i duecento metri di profondità) cioè nelle acque direttamente interessate dalla stratificazione e dall’aumento delle temperature. Anche se l’aumento della temperatura può non avere un effetto diretto sulla specie, può averlo sulle sue prede; quelle che amano le acque fredde tendono a scendere in profondità, cercando temperature più favorevoli. Le prede si spostano quindi nella porzione più profonda della piattaforma, dove invece il tursiope fatica a scendere. Questo vuol dire che il territorio marino in cui le prede sono disponibili per il tursiope si restringe. Per altri cetacei, come la balenottera comune, il problema può essere invece la diminuzione della produzione primaria nei territori di alimentazione tradizionali, come il Santuario Pelagos. Secondo alcuni studi, infatti, queste “oasi” si stanno impoverendo, probabilmente a causa del cambiamento climatico.”Delfini metropolitaniIl giardino di Albert 26.05.2024, 18:05Il caso della tartaruga In questo scenario in rapida transizione, non tutti gli organismi reagiscono allo stesso modo. Se per i cetacei e i pesci d’acqua fredda la situazione si fa complessa, per altre specie amanti del caldo si aprono inaspettatamente nuove opportunità geografiche. “Alcune specie tradizionalmente mediterranee possono avvantaggiarsi del cambiamento climatico almeno nel medio periodo. Una di queste specie è Caretta caretta, la tartaruga più diffusa nel Mediterraneo che tradizionalmente andava a nidificare lungo le coste del bacino sudorientale. Negli ultimi anni la specie ha fatto registrare un’espansione verso nord molto rapida, tanto che adesso nidifica anche nel Mar Ligure, il punto più settentrionale del Mediterraneo, cosa che non era mai stata descritta a memoria d’uomo. Quindi è vero che, almeno in questa fase, alcune specie termofile possono mostrare un’espansione, ma nel complesso il cambiamento climatico rischia di provocare una perdita importante della diversità di specie, soprattutto di quelle tipicamente mediterranee”, conclude Guido Gnone.La tartaruga marina (Caretta caretta), in questa fase approfitta delle temperature elevate per ampliare la sua area di distribuzione, ma che ne sarà di questa specie in futuro? IMAGO/Andalou Agency