di

Bepi Castellaneta

Avetrana, molti si fermano in raccoglimento dinanzi alla tomba della ragazza. Il sindaco, Antonio Iazzi: «Noi sempre vicini alla famiglia nel segno della riservatezza.»

La villa dei misteri è avvolta nel telone steso per oscurare quello che c’è oltre la cancellata in ferro: i mattoni rossi, qualche albero spelacchiato, il portone marrone; il pozzo dell’orrore invece è qualche chilometro più in là, celato lungo viottoli polverosi di campagna che portano in questo angolo di Puglia martellato da un sole che a tratti acceca e toglie il respiro, una distesa di terra rossa che sembra bruciata e si allunga tra ulivi e muretti a secco. Qui, nel territorio di Avetrana, circa seimila abitanti, un lembo della provincia di Taranto proiettato verso il mare trasparente e le spiagge color borotalco della costa ionica del Salento, si è consumata la tragica fine di Sarah Scazzi: fu uccisa il 26 agosto del 2010 nella villetta adesso seminascosta di via Deledda quando aveva 15 anni, il corpo senza vita della ragazza fu trovato nel pozzo di contrada Mosca dopo 42 giorni scanditi da sospetti reali e presunte indiscrezioni, depistaggi e mezze verità.

Per quell’omicidio stanno scontando l’ergastolo Cosima Serrano e Sabrina Misseri, zia e cugina della vittima; lo zio, Michele Misseri, l’agricoltore delle mille versioni, l’uomo delle clamorose rivelazioni e delle puntuali ritrattazioni, è tornato in libertà due anni fa dopo la condanna a otto anni per soppressione di cadavere e inquinamento delle prove. Lui, che continua a professarsi unico colpevole del delitto, fece sparire il corpo nel tentativo di nascondere una verità feroce e un inconfessabile segreto di famiglia che doveva rimanere sepolto laggiù, in quel pozzo buio e stretto, profondo quattro metri con 80 centimetri d’acqua.