Prima un piedino che affiora tra i rovi. I rovi. Poi il corpo di una bambina, abbandonato sulla terra secca di giugno, nel cuore di Villa Pamphilj. «Sembrava un bambolotto», disse una donna ai poliziotti. Pochi metri più in là, sotto un oleandro trasformato in latrina, il corpo di una giovane madre.

Un anno dopo, il ricordo di Anastasia Trofimova e della piccola Andromeda continua a tormentare Roma. Perché la loro storia non è soltanto quella di un duplice femminicidio. È il racconto di due donne diventate invisibili molto prima di essere trovate morte. Anastasia aveva 28 anni. Era arrivata dalla Russia inseguendo una promessa d’amore e di futuro. Andromeda non aveva ancora compiuto un anno. Era nata a Malta, ma non esisteva per nessuna anagrafe. Una bambina senza una casa, senza una protezione. Senza abiti e documenti, al momento della morte. Quindi privata persino di un nome da quell’uomo che aveva strangolato prima la madre e poi lei.

Era suo padre. E di nomi, lui, ne aveva fin troppi. Rexal Ford, Charles Kaufman, Matteo Capozzi. Raccontava di essere un regista, trafficava con i finanziamenti, millantava successi e amicizie hollywoodiane. Ma di fatto aveva trascinato la compagna e la figlia in una vita di precarietà, dormendo in una tenda, lavandosi nei bagni pubblici di un mercato rionale.