di

Vincenzo Brunelli

La donna si era assentata in un turno serale inviando il certificato di malattia il giorno seguente. Al suo rientro il provvedimento disciplinare seguito dal licenziamento

Al ritorno da un periodo di malattia una cameriera bolognese che lavorava in un ristorante cittadino aveva ricevuto la lettera di licenziamento dai suoi capi, ma per il giudice quel provvedimento era completamente ingiustificato e ora la donna dovrà essere risarcita. Tutto inizia l’11 maggio del 2025 quando la donna aveva comunicato tramite WhatsApp al proprio responsabile l’impossibilità di presentarsi al lavoro per motivi di salute, ricevendo come risposta un semplice «Ok». Il giorno successivo aveva poi trasmesso alla società il certificato medico. Ma quando torna a lavoro la società avvia nei suoi confronti un procedimento disciplinare per poi licenziarla il 21 maggio.

Le contestazioniI capi le contestano tre episodi: di essersi presentata al lavoro in una giornata che avrebbe dovuto essere invece di riposo; di avere consumato il pasto durante l’orario di servizio anziché al termine del turno; di avere dichiarato di essere indisposta l’11 maggio 2025 mentre sul proprio profilo Instagram erano state pubblicate fotografie relative ai festeggiamenti del compleanno, seguite dall’invio di un certificato medico redatto con data del giorno successivo. Questo è quanto risulta agli atti del procedimento giudiziario avviato dalla donna contro i suoi ex datori di lavoro. La cameriera impugna infatti in tribunale il licenziamento ma senza nemmeno chiedere di essere reintegrata, è convinta di aver subito un licenziamento ingiusto e chiede di essere risarcita. Nei giorni scorsi il giudice del Lavoro, Alessandro D’Ancona, ha accolto il suo ricorso condannando la ditta a pagarle 10 mensilità di indennizzo più spese legali, per un totale di circa 20mila euro.