La letteratura, quando ero giovane, era appannaggio di persone bianche e morte, quasi sempre uomini. A scuola ci avevano fatto leggere Steinbeck, Shakespeare, Huxley, Hemingway, Eliot o Poe, con qualche sporadica incursione nei territori di Sylvia Plath o delle sorelle Brontë, che – per quanto anch’esse morte e bianche – ci spiazzavano per il solo fatto di essere donne. Se ricevevamo per il compleanno un bel mazzetto di buoni regalo per la libreria del centro commerciale, li usavamo per fare scorta di testi fondamentali dei Whitman, dei Flaubert e degli Henry James del mondo, finché non ci sentivamo abbastanza a nostro agio a sguazzare nelle acque basse del canone occidentale. Per il mio secondo semestre all’università decisi di seguire un corso preliminare di scrittura creativa, in quello che ora mi appare come un violento tentativo di piazzare una bomba nei tunnel della letteratura, dove i bianchi busti di marmo di autori morti mi guardavano superbi dalle loro interminabili file di piedistalli. Il giorno in cui ritirai in copisteria la dispensa del corso, cominciai a leggerla nel tragitto verso casa, e anche se quel pomeriggio c’era molto vento e faceva freddo e il ghiaccio era scivoloso, pian piano rallentai il passo fino a fermarmi intirizzita al centro del marciapiede. Alla fine saltai la cena e anche lo studio, andai in camera mia e continuai a leggere finché, a notte fonda, non finii tutta la dispensa. Quando alzai lo sguardo scoprii che le porte della mia mente si erano spalancate. Di colpo avevo scoperto le opere delle autrici contemporanee: geniali, inventive, scatenate, eclettiche, sorprendentemente vive. C’era Grace Paley, grintosa e politica, Toni Cade Bambara con i suoi racconti che mi lasciavano senza fiato, Louise Erdrich, Mavis Gallant, Alice Munro. Ma soprattutto c’era Lorrie Moore. È difficile esprimere a parole quanto ti possa colpire, in un mondo letterario che ami fino al midollo ma in cui fatichi a trovare qualche traccia di te stessa, la scoperta di una voce che potrebbe essere la tua, se solo si esprimesse in un’opera d’arte. I racconti di Moore erano una serie di piccole deflagrazioni: brillanti, puntuali, angoscianti, così moderni che sembravano accompagnati dall’urgenza delle ansie e delle ossessioni della mia giovinezza, così caustici e divertenti che mi ritrovavo a ridere di un dolore assoluto, sbigottito, glorioso. La mia iniziazione a Lorrie Moore fu Come si diventa scrittrici, dalla sua prima raccolta Tutto da sola, che, dopo una breve indagine informale, è stato il suo primo racconto anche per molte mie amiche scrittrici. L’ironia a volte è difficile da cogliere se sei giovane e sprovveduta, così in quella seconda persona mi sembrò di trovare delle vere direttive su come diventare una scrittrice, che accolsi senza riserve e a cui aderii con tutta me stessa. Quando lessi «Primo, cerca di diventare qualcos’altro, qualunque altra cosa», pensai: Sì!, perché avevo provato a studiare medicina per un solo giorno prima di scoprire che fare la pediatra comportava una processione infinita di bambini malati; quando più avanti lessi «I soli momenti felici sono quelli che passi a scrivere qualcosa di nuovo, nel cuore della notte, con le ascelle sudate, il cuore che ti batte, qualcosa che nessuno ha ancora visto. Hai solo quei brevi, fragili, non collaudati momenti di gioia nei quali non hai dubbi: sei un genio», pensai: Ok, se lo dice Lorrie Moore, ci proverò. Così ci provai. Di lì a poco, quelle ore di estasi nel cuore della notte divennero la più segreta, la più amata, la più persistente delle gioie. Gli scrittori sono bestie solitarie, ma nessuno di noi ha mai dato inizio a una vita di scrittura da solo, e quasi tutti possiamo identificare la voce che ci ha guidato nelle insidiose gallerie in cui ci si deve infilare quando da lettori diventiamo autori. Per me quella voce è stata Lorrie Moore. In un saggio della raccolta Vedi quello che puoi fare, scrive: «Un libro scritto da una donna, un libro che iniziava da vicino, sulla veranda del cuore, procurava piacere, euforia, e penso sia per quello in fin dei conti che le donne che sono divenute autrici hanno iniziato: per donare al mondo un maggior numero di libri scritti da donne, per donare a se stesse qualcosa in più da leggere». In quei primi, inebrianti giorni di scrittura, ubriaca d’amore per il racconto contemporaneo, mi spinsi ancora più in là: volevo che quei libri avessero la voce distintiva di Lorrie Moore. Che fosse un’impresa folle sarebbe diventato fin troppo chiaro nel giro di qualche anno; la voce di Lorrie Moore, naturalmente, è unica e inimitabile. Chi di noi ha lavorato sodo per capire anche solo cosa sia una voce letteraria può constatare, con un certo stupore, che la precisione, la purezza e l’arguzia della voce di Moore è stata evidente fin dai primissimi passi della sua vita di scrittrice. [...] Quando si parla della voce di Lorrie Moore, la critica tende a concentrarsi sul suo senso dell’umorismo; si tratta in effetti di un dono talmente spettacolare da distrarre dalle infinite modalità e varietà della sua magistrale scrittura. Le battute, i doppi sensi, i giochi di parole e l’occhio acuto creano una tensione comica senza pari. I suoi personaggi declinano lo humor in un’infinità di modi: per alleggerire l’imbarazzo, stemperare la paura, corazzarsi o alludere impotenti all’assurdità del mondo. Ma la voce è un’idea molto più ampia del semplice acume: a equilibrare la magia nera dello humor c’è il suo talento stregonesco per la musica e la metafora. Moore parla con un melodico contralto, e nei suoi racconti quasi ogni personaggio ha una colonna sonora personale, da La bohème a Dionne Warwick o canzoni country. È proprio l’attenzione al ritmo latente e alle forme musicali della prosa a renderla fluida nonostante la complessità e la ricercatezza. [...] Dare un ordine alfabetico invece che cronologico ai racconti di questa antologia è un colpo di genio perché libera il lettore dall’obbligo implicito di leggerle in successione temporale. In questa raccolta si può pescare a caso, centellinare i racconti o abbuffarsi, saltare di fiore in fiore o indugiare su uno in particolare, trovare connessioni in nuovi accostamenti, tornare mille volte al racconto che ci aiuta nei momenti inquieti, oscuri o difficili della nostra vita; possiamo vedere Tutti i racconti di Lorrie Moore come il libro dei salmi a cui in segreto somiglia. Che fortuna avere la voce di Lorrie Moore a rimandarci l’immagine di questo mondo folle e mostrarci come guardarlo in tutta la sua devastante ilarità. Che fortuna poter stringere tra le mani tanta bellezza e lasciare che canti dentro di noi.Traduzione di Chiara Baffa