Roberto Francavilla ha tradotto e studiato per anni Clarice Lispector e, da anfibio, ha trovato – a un certo punto – un altro respiro, oltre a quello suo solito, per le parole della scrittrice: ha deciso di calarsi nei suoi panni, totalmente, e farsi Lispector, corpo e lingua. È un gesto d’amore, dopo anni a cercare la sua anima dandole una voce. Ce la racconta nel suo Città senza demoni: io è sempre un altro e – in questo caso – è Clarice Lispector, del resto la lingua è identità e chi traduce sa e immagina ogni parola possibile dei propri autori. Così Francavilla è Clarice, ritagliata in quel posto senza demoni che le offusca la vista: Berna («Ma dov’erano nascosti, dunque, i nervi di quella città?»).

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La scrittrice è lì, dopo aver viaggiato e vissuto già moltissimo («Di quelle piazze bernesi, invece, cercava soprattutto gli angoli o, peggio ancora, i radi ripari, l’opposto di quelle esedre mediterranee in cui, a Napoli, a Roma, si sentiva al centro di planimetrie disegnate dall’estro di divinità benevole»).

Clarice: nei suoi demoni, nelle sue abitudini, nelle sue parole invecchiate, pensate e in quelle straniere («Esprimersi in francese la obbligava a utilizzare una serie inusitata di parole tronche, specie quelle al maschile, a cui non era abituata, le sembrava che al pronunciarle tracciasse il limite fra i vivi e i morti»); nel suo carattere («La sua libertà galoppava in un recinto»), con una sapiente attenzione al dettaglio; nei suoi umori («Una giornata costellata di piccole soddisfazioni, si convinceva, vale certamente più di un unico momento trionfale sbocciato in una palude di ore noiose»).