Corrado Caruso*
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Molti sono i difetti che il Melonellum, e cioè il ddl elettorale oggi in discussione al Senato, presenta. Alcuni di essi sono di metodo, altri di merito: tra i primi, l’ennesimo tentativo di riscrivere le regole elettorali a maggioranza, a pochi mesi dal voto. Tra i secondi, la mancata previsione dell’alternanza di genere tra i candidati inseriti nelle liste circoscrizionali; l’elevatezza del premio, in termini di numero dei seggi assegnati; la riduzione delle ripartizioni territoriali della Circoscrizione Estero, con il rischio di predeterminare l’esito elettorale a favore dell’attuale maggioranza di governo; la mancata previsione di un ballottaggio tra le coalizioni più votate. Tra le tante mancanze del ddl, quest’ultima è la più evidente, perché mina la razionalità complessiva del disegno elettorale fino ad avallare una vera e propria eterogenesi dei fini.
Gli esisti elettorali
Gli esiti elettorali sarebbero infatti radicalmente diversi a seconda che una coalizione raggiungesse o meno la soglia del 42%. Nel primo caso, essa beneficerebbe del premio di governabilità; nel secondo, i seggi verrebbero ripartiti integralmente secondo criteri proporzionali. Una simile discontinuità negli effetti del voto incentiverà la formazione di cartelli elettorali, anziché autentiche alleanze di governo fondate su un progetto politico condiviso da sottoporre agli elettori. Il rischio è quello di favorire l’inclusione, all’interno delle coalizioni, di formazioni estreme, incluse non già per affinità programmatica, bensì esclusivamente per raggiungere la soglia del 42%. La conseguenza sarà la formazione di maggioranze eterogenee, frammentate e internamente polarizzate, in contrasto con lo stesso obiettivo di stabilità e governabilità che il disegno di legge intende perseguire.







