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Ferruccio de Bortoli

A un anno dall’ingresso dell’amministrazione Usa con il 10 per cento in Intel, che fece scalpore, gli equilibri sono cambiati. Il modello neoliberale occidentale si è ancor più indebolito. E mentre l’Europa deve proteggersi da Paesi commercialmente aggressivi, come la Cina o gli stessi Stati Uniti, parlare di partecipazioni dei governi nelle imprese private non è più un tabù. Anzi: in settori come il militare o i semiconduttori è una scelta necessaria

Una delle operazioni più emblematiche del mutato rapporto tra Stato e mercato aveva visto, nell’agosto del 2025, l’amministrazione americana entrare direttamente, con il 10 per cento, nel capitale della Intel. Nel Novecento capitalista un sacrilegio. Mossa ritenuta necessaria per assicurare e garantire la produzione nazionale di semiconduttori, soprattutto nella sfida geopolitica con la Cina. A un anno esatto dall’operazione i risultati sono controversi. Il dibattito è acceso. Se da una parte si può ritenere che vi sia stato un deciso rafforzamento dell’offerta americana di chip, dall’altra non sono pochi i dubbi (specialmente del liberale Cato Institute) sul fatto che una presenza, seppur passiva, dello Stato non danneggi il gruppo con alcuni suoi clienti internazionali e lo indebolisca nella sfida globale con i maggiori concorrenti (esempio Tsmc di Taiwan).Se c’è lo Stato vi è una valenza strategica in ogni acquisto. Nessuna operazione, anche la più innocua, è neutra sul versante della sicurezza e delle conseguenze politiche. Nemmeno tra alleati. Il caso Intel illustra bene il dilemma di quest’epoca. La mano pubblica nell’economia è, in alcuni settori, come forse i semiconduttori, necessaria od opportuna. In altri (la Difesa per esempio) indispensabile. La concorrenza non è più percepita come un bene in sé, ma spesso appare una debolezza congenita. La formazione di grandi gruppi monopolisti cessa di essere (anche timidamente nell’Unione europea) un pericolo da regolare.