Quando, il 2 aprile 2025, Donald Trump proclamò il “liberation day”, imponendo dazi a 360 gradi, fu tutto un fiorire – sulla stampa italiana ed europea – di posizioni mercatiste.
Il presidente americano, si diceva, non capisce i benefici del libero scambio e farà più male agli Usa che al resto del mondo (ne avevamo parlato anche noi). Quando, circa un anno dopo, la Corte Suprema ne ha dichiarato l’incostituzionalità, per le ragioni illustrate da Ilya Somin ospite dell’Ibl, tutti se ne sono rallegrati. Se togliete la Casa Bianca dall’equazione, però, le cose cambiano rapidamente. Quando si parla di Cina, la maggior parte dei commentatori italiani utilizza più o meno gli stessi argomenti di Trump.
Per carità, quel Paese rappresenterà pure un fenomeno peculiare, vista la natura mista della sua economia, l’immenso volume degli aiuti di Stato con cui supporta i “suoi” campioni nazionali e il protezionismo che pratica contro le importazioni dall’estero. Però, pensare che questo sia sufficiente a giustificare misure (ulteriormente) restrittive del commercio internazionale equivale a compiere un triplo salto carpiato. Intanto, perché l’Europa stessa ha ormai da tempo abbandonato il tentativo di limitare gli aiuti di Stato, e ne fa un uso sempre più vasto e incontrollato. Chi è senza peccato…






