Pubblicato il: 25/08/2026 – 7:00
di Paola Suraci
REGGIO CALABRIA Un gioiello al collo. Non un rolex, non una catena d’oro come tanti boss ne esibiscono per status. Un ciondolo con il simbolo della massoneria, portato — dicono le carte — “costantemente”. A parlarne agli inquirenti è un collaboratore di giustizia, Sebastiano Vecchio, e l’uomo di cui parla è Fortunato Marino, per la Dda referente della locale di ‘ndrangheta di Aretina, colline di Reggio Calabria. Cinquant’anni passati, la metà dei quali — a sentire lui stesso, intercettato — dentro l’organizzazione. E l’altra metà, sembra di capire dalle carte, spesa a coltivare un secondo mondo, parallelo e altrettanto riservato. È da questo dettaglio, un gioiello che nessuno gli ha mai chiesto di togliersi, che parte uno dei capitoli più delicati e meno battuti dell’ordinanza “Matrix”, uno degli atti dell’inchiesta Epicentro 2 della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria. Non il solito repertorio di pistole, estorsioni, summit di ‘ndrangheta. Ma logge, “bolle”, gradi massonici. Il punto in cui, secondo tre diversi collaboratori di giustizia, i clan reggini smettono di essere solo criminalità e diventano relazione, credito, potere che non si vede.






