Pubblicato il: 14/07/2026 – 14:20
di Paola Suraci
REGGIO CALABRIA Una dote come regalo di laurea. È bastato questo dettaglio, uscito dalle intercettazioni, per far capire agli investigatori che qualcosa, nella ‘ndrangheta reggina, sta tornando indietro nel tempo. Riti di affiliazione, conferimento di cariche, ortodossia mafiosa: pratiche che sembravano in parte archiviate riemergono oggi in un’inchiesta da 79 misure cautelari, eseguite all’alba da oltre 500 uomini della Polizia di Stato e dell’Arma dei Carabinieri nel cuore di Reggio Calabria. Ma il dato dei riti, per quanto suggestivo, è solo la superficie di qualcosa di più strutturale. E lo spiega bene il procuratore capo Giuseppe Borrelli, durante la conferenza stampa in Procura con l’aggiunto Walter Ignazitto, il capo della Squadra Mobile Gianfranco Minissale e il colonello dei carabinieri. Perché a raccontare la vera novità di questa indagine è il modo in cui le cosche storiche del centro cittadino — De Stefano, Tegano, Condello, Lo Giudice — vengono descritte dagli inquirenti: non più clan distinti, ognuno con la propria autonomia e i propri confini, ma tessere di un’unica federazione. Una struttura che il procuratore aggiunto Walter Ignazitto ha definito, in conferenza stampa, ormai priva di reali cesure interne: oggi, ha spiegato, si fa fatica persino a parlare di singole cosche, perché le famiglie agiscono nell’ambito di un comune disegno organizzativo, condividendo affari, uomini e decisioni. Se una gerarchia esiste ancora, non è quella tra un clan e l’altro del centro città, ma quella che vede tutte le famiglie della federazione subordinate al gruppo dirigente di Archi — l’unico soggetto, in questa ricostruzione, in grado di esprimere una vera primazia. È un’evoluzione che conferma quanto già emerso nel procedimento “Epicentro” e che le indagini di oggi arricchiscono di un ulteriore tassello: la mappatura di articolazioni periferiche — a Ortì, Aretina, Oliveto e Croce Valanidi — anch’esse federate al centro e rispondenti, in ultima istanza, alle stesse logiche di comando unitario. Una ‘ndrangheta, insomma, che non abbandona i suoi riti più antichi ma li piega dentro una cornice di potere sempre più centralizzata. Le accuse mosse a vario titolo agli indagati — fatto salvo il principio di non colpevolezza fino a sentenza definitiva — vanno dall’associazione mafiosa al traffico e allo spaccio di stupefacenti, dall’estorsione alla detenzione e al porto di armi, comprese armi da guerra, fino al riciclaggio, alla rapina e al trasferimento fraudolento di valori. Le indagini, coordinate dalla Dda guidata dal procuratore Giuseppe Borrelli, sono state condotte dal Nucleo Investigativo del Comando provinciale dei Carabinieri, dalla Squadra Mobile, dal Sisco e dalla Sezione operativa della Compagnia Carabinieri di Reggio Calabria. Sarebbero state documentate, nel corso delle indagini, anche riunioni riservate in cui, tra gli indagati, sarebbero stati ridefiniti gli equilibri tra le famiglie, le posizioni di comando, la spartizione dei proventi illeciti e i rapporti — talvolta conflittuali — con altre consorterie criminali.










