“Si laurea e gli voglio fare un regalo a mio figlio”. Cosa? Una dote di ‘ndrangheta e, in particolare, quella del “vangelo”. È l’immagine che conferma in modo plastico ciò che il procuratore aggiunto Walter Ignazzito ha detto durante la conferenza stampa tenuta assieme al procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Borrelli in merito all’operazione “Epicentro 2” che ha portato all’arresto di 79 persone a Reggio Calabria. “Ci sono però delle novità. – ha affermato il magistrato – Per esempio c’è un ritorno ad un fenomeno che su Reggio centro sembrava in qualche modo ridimensionato: quello dei riti e delle regole di ortodossia di ‘ndrangheta. C’è un ritorno ai rituali di affiliazione, ai conferimenti di doti”. Basta leggere una delle tre ordinanze di custodia cautelare, eseguite dai carabinieri e dalla polizia, per rendersi conto che, nelle intercettazioni, gli indagati fanno continui riferimenti al sistema delle doti, delle cariche e dei riti attraverso cui la ‘ndrangheta seleziona gli affiliati, stabilisce le gerarchie e distribuisce le responsabilità.
Se è vero che fanno parte del dna della ‘ndrangheta e non sono mai scomparsi nelle dinamiche interne dell’organizzazione criminale, è altrettanto vero che è sempre più raro sentire indagati parlare di “doti” e “cariche”. Soprattutto a Reggio città, nel mandamento di centro, dove è da oltre 40 anni che la ‘ndrangheta si è imborghesita, pensa più agli affari che ai riti di affiliazione, assumendo le sembianze di quelli che il giornalista Gigi Malafarina, storico responsabile della redazione reggina della Gazzetta del Sud, aveva definito già negli anni Ottanta “mafiosi dalle scarpe lucide”. Il riferimento era a quella ‘ndrangheta “destefano-centrica” che ha caratterizzato gli anni di Giorgio De Stefano, ammazzato nel 1977 ad Acqua del Gallo (contrada di Santo Stefano d’Aspromonte) e di suo fratello Paolo, ucciso nel 1985. All’epoca era impossibile quantificare l’impero degli “arcoti”, i primi a investire in Francia, sulla costa Azzurra, e in Svizzera. Ma erano anche i tempi più recenti del figlio di don Paolino, Giuseppe De Stefano (in carcere al 41 bis dal 2008) che, stando a quanto disse il pentito Nino Fiume in un’udienza del processo “Meta” nel 2012, custodiva “una parte degli affari in uno studio ai Parioli a Roma, vicino alla sede della Zecca di Stato” e “faceva società con persone e in luoghi inaccessibili finanche al Presidente della Repubblica”.











