di Stefano Brogioni

Un caffè al bar di via Pisana, dove un vecchio amico lo riconosce, lo chiama e lo abbraccia, e un bicchiere d’acqua. Naturale o gassata? "Fresca", risponde Simone Pini. Già perché nel carcere cubano de La Condeza, a L’Avana, dove ha passato gli ultimi sedici dei suoi cinquantotto anni di vita, Pini, fiorentino "del quartiere del Pignone", l’acqua non era mai fresca, ma bollente come le mura della sua cella. Ora l’incubo è finito, improvvisamente, un giorno di fine luglio: Pini, tifoso viola e dei Bianchi di Santo Spirito, è tornato in Italia, dopo aver scontato più della metà della condanna a venticinque anni.

E’ stato condannato per un omicidio tremendo, il concorso nella morte di una ragazzina che frequentava la scuola “secondaria“, la nostra media. Venticinque anni nelle prigioni del regime cubano sono quasi un ergastolo. "Sono sopravvissuto alle condizioni più disumane, sempre a testa alta senza mai ’ringambare’", dice, anche con un po’ d’orgoglio. Ma, ammette, "ho visto morire tanti vicino a me". Lui ce l’ha fatta scrivendo e coltivando carote e pomodori in un orto che gli era stato assegnato come premio per la buona condotta.

L’arresto. Pini venne fermato alcune settimane dopo il suo rientro sull’isola, nel giugno 2010. Da quel giorno si è sempre professato innocente. Recentemente, era il 2024, ha fatto arrivare una sua lettera alla premier Giorgia Meloni, in cui gridava di aver le prove del complotto contro di lui e di altri italiani cacciati in questa storiaccia: "Non ero a Cuba quando morì quella ragazzina, ci ho messo 14 anni a trovare la prova che non mi trovavo sull’isola: ho acquisito il mio fascicolo personale all’Immigrazione. Le prove contro di me sono state fabbricate con l’inganno e le torture".