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Ultimo aggiornamento: 9:21

“È troppo dura da raccontare. Non lo capirete mai. Preferisco non parlarne”. Poche parole, scandite con dolore, quelle di Camilo Castro, il 41enne francese rilasciato lo scorso 15 novembre, anniversario di prigionia di Alberto Trentini, dal maxi-carcere El Rodeo I, dove si trova anche l’operatore umanitario di Lido Venezia. Ora è libero, ma una parte di sé è rimasta dietro le sbarre, con gli altri detenuti, compreso Trentini, che è stato il suo vicino di cella.

Lo si può notare al rientro all’aeroporto di Orly, visibilmente commosso, mentre evocava i valori dell’Illuminismo e della Repubblica francese – libertà, fraternità, uguaglianza –, evitando accuratamente di rispondere ai media presenti. “Non vuole dire niente che metta a repentaglio la vita di coloro che sono rimasti lì. Desidera invece lottare, anche nel silenzio, affinché tutti possano ottenere la liberazione”, dice Yves Gilbert, patrigno di Camilo, a Ilfattoquotidiano.it.

A parlarci è lui, Yves, compagno di Hélène Boursier, mamma di Camilo, professore di yoga, detenuto nella località di Paraguachón, al confine tra il Venezuela e la Colombia, lo scorso 26 giugno. “Per lui raccontare i mesi di prigionia significherebbe girare il coltello nella piaga”. La settimana post-rilascio è stata accompagnata da numerose richieste di contatto: dalla stampa ai familiari di altri prigionieri, ansiosi di ricevere informazioni utili sui congiunti ancora in cella. Yves spiega a Ilfatto.it che Camilo è rimasto “inquieto e scioccato” dopo la reclusione: “Era una persona stabile, aveva costruito la propria vita, ma la prigione gli ha tolto tutto. E ora deve ripartire da capo”.