C’è una buona notizia che arriva dalla sinistra americana, e cioè che una parte della sinistra americana ha cominciato a chiedersi se per caso non abbia esagerato. Non è poco.

In politica l’autocritica è una pratica così desueta che quando compare bisognerebbe proteggerla come il panda. Dopo anni trascorsi a spiegare agli elettori quali parole potevano usare, quali no, quali pronomi scegliere, quali libri correggere, quali statue abbattere, quali opinioni fossero ammesse e quali invece costituissero già una forma di violenza, una parte del mondo democratico ha cominciato a sospettare che forse il problema non fossero soltanto gli elettori che non capivano. Forse, ogni tanto, non si facevano capire loro. Ed è un progresso.

Perché il wokismo di sinistra ha avuto questo straordinario talento: partire da battaglie spesso sacrosante, contro le discriminazioni, per i diritti, per il rispetto delle minoranze e trasformarle qualche volta in un catechismo. Con tanto di peccati, scomuniche e tribunali dell’ortodossia.

Il fenomeno è stato certamente più vistoso negli Stati Uniti, ma sarebbe consolatorio considerarlo soltanto un’eccentricità americana. Anche in Italia abbiamo conosciuto una certa sinistra convinta, a volte, che cambiare il vocabolario fosse il primo passo per cambiare il mondo. E soprattutto che chi non imparava abbastanza rapidamente il nuovo vocabolario dovesse avere qualche problema morale.