Non una nuvola, cielo di lapislazzulo, il sole che incendia le cupole della cattedrale di Santa Sofia, cuore dell'antica Rus': azzurro e oro, in pratica la bandiera ucraina. Impossibile una cornice simbolicamente migliore, complice il clima mite di fine estate, per celebrare i 35 anni d'indipendenza. Volodymyr Zelensky si presenta nella piazza, accompagnato dalla moglie Olena, per accogliere i partner dopo una preghiera multiconfessionale per la pace. Uno dopo l'altro i leader prendono posto. A chiudere il nuovo premier britannico, Andy Burnham, nel suo primo viaggio all'estero, e il presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa.

Zelensky parla e ringrazia. Per primi gli ucraini, che con il loro sacrifico tengono vivo il loro sogno di libertà: "Non saremo mai ciottoli per gli stivali dello zar". Il presidente, attanagliato dagli scandali, sfrutta l'occasione per rilanciare il suo profilo di commander-in-chief, custode della patria, collante ultimo dello sforzo nazionale (e internazionale) per fermare Mosca.

Indipendentemente da come siano andate le cose, l'assalto dell'ex ministro della Difesa Mykhailo Fedorov, che dopo essere stato silurato ha chiesto le elezioni, ha fatto cilecca. Persino i suoi sostenitori lo hanno mollato. Gli ucraini, finché c'è la guerra, non vogliono sentir parlare di urne. "Ha letto male la piazza: d'altra parte è un tech-bro, non un politico", confida un'alta fonte diplomatica europea di stanza a Kiev. Zelensky può ripartire. Incassa le lodi di Burnham, che vede nell'epica resistenza dell'Ucraina un'eco di quanto la Gran Bretagna ha fatto contro Hitler nel secolo passato, ovvero "tenere alta la fiamma della libertà e della democrazia". Applausi. Anche Costa prende la parola.