Il politicamente corretto si oppone all'articolo 21 della Costituzione, negando il pluralismodi Corrado Oconelunedì 24 agosto 20263' di letturaC’è una domanda che in pochi si sono fatti in questi anni di dominio quasi incontrato del «pensiero unico»: il cosiddetto «politicamente corretto» è in linea con i principi e i valori della nostra Costituzione? Molto significativa è la circostanza che a non porsi questo interrogativo sia stata proprio la parte politica che ha brandito la Carta come una sorta di clava, o arma impropria, per mettere fuori gioco e delegittimare, in modo strumentale e falso, i propri avversari, trasformati così in nemici politici e finanche in esseri abietti moralmente. Che non si trattasse di una domanda peregrina lo dimostra ora, con ragionamenti stringenti e una notevole padronanza di testi e documenti, Ginevra Cerrina Feroni, ordinario di Diritto Costituzionale all’Università di Firenze e vicepresidente dell’Autorità volta a tutelare la privacy, in un libro uscito da Rubbettino con la prefazione postuma di Natalino Irti: Il pensiero conforme. Per una critica costituzionale del “politicamente corretto.Il libro di Cerrina Feroni si mantiene su un livello scientifico, ma è di facile lettura. Non c’è dubbio però che le conclusioni a cui esso giunge siano importanti anche per il dibattito politico sul woke, riaccesosi in questi giorni dopo la presunta presa di distanza proprio di coloro che a sinistra se ne sono fatti paladini per un lungo lasso di tempo, a cominciare dalla deputata democratica Alexandria Ocasio-Cortez fino ad arrivare in Italia al leader dei Cinque Stelle Giuseppe Conte. In effetti, il politicamente corretto, portato alle estreme conseguenze, non nega solamente lo spirito della Costituzione, ma è in contrasto palese proprio con uno degli articoli portanti dell’impianto della carta fondamentale del nostro Paese: quell’articolo 21 che afferma solennemente che «tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di discussione». Con il trionfo del woke si è invece costruita, per la studiosa fiorentina, «una rete di tabù, di parole proibite, di pensieri indicibili che ha delegittimato il dissenso». Si è così dimenticato che «la libertà di espressione non vale solo per le idee che ci piacciono. Vale, soprattutto, per quelle che ci disturbano».MORALISMO POLITICO