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Il piccolo borgo laziale di Accumoli, in provincia di Rieti, fu l’epicentro del forte terremoto che il 24 agosto del 2016 colpì un’ampia area del centro Italia, distruggendo diversi paesi e cittadine e causando la morte di 299 persone. A dieci anni di distanza si stanno ricostruendo alcune abitazioni private, ma non il paese.

È l’effetto di una delle misure più controverse di una ricostruzione a due velocità: quella privata, con i soldi concessi direttamente ai proprietari, e quella pubblica, rallentata dalla burocrazia. Non ci sono i servizi, non c’è illuminazione pubblica e mancano pure le strade. Il borgo sembra fermo alla notte del terremoto. La maggior parte delle case sono ancora in piedi, pericolanti e ricoperte di erbacce e rovi che in alcuni casi impediscono anche di avvicinarsi. Non si sbriciolarono come ad Amatrice perché tutto il centro storico è costruito sulla roccia, che attutì la scossa.

All’interno si scorgono ancora abiti e oggetti lasciati la notte del terremoto e che nessuno è andato a riprendersi: in un bagno si vedono ancora un dentifricio, alcuni spazzolini, degli asciugamani e due accappatoi per bambini appesi dietro la porta. Le piazze, i vicoli e il corso principale sono transennati e tutta l’area è «zona rossa», cioè interdetta ai cittadini per il pericolo di crolli. Ci sono molti ponteggi, alcuni operai al lavoro e diversi cantieri chiusi.