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Il terremoto del 24 agosto 2016 colpì una vasta area dell’Appennino Centrale tra Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria. Furono distrutti o gravemente danneggiati 138 comuni e 1.200 frazioni, spesso di montagna. Rimasero senza casa 41mila abitanti su 560mila che abitavano nelle aree colpite: molti vivevano nei paesi più vicini all’epicentro, che furono rasi al suolo o quasi. Alcuni furono sistemati nelle casette prefabbricate in acciaio e legno costruite dalla Protezione Civile, altri accettarono un contributo statale per pagarsi un affitto: dai 400 a 900 euro al mese, a seconda delle dimensioni del nucleo familiare.

Dieci anni dopo, la gran parte degli sfollati non è ancora rientrata nelle proprie case: 2.267 famiglie vivono nei prefabbricati e circa 6mila prendono i soldi statali per l’affitto. Secondo le stime del commissariato straordinario per la ricostruzione, che dipende dal governo, ci vorranno almeno altri 5 o 6 anni prima che possano rientrare nelle loro case. Ma a guardare lo stato di avanzamento dei lavori sembra una stima molto ottimistica e difficilmente realizzabile.

Il commissariato dice che la ricostruzione è al 40 per cento: ma è un numero che comprende sia le opere consegnate che quelle «in fase di progettazione, affidamento o stato di avanzamento» (come scritto nell’ultimo rapporto ufficiale), cioè lavori che non sono ancora cominciati o non si sono ancora conclusi. Finora sono stati concessi 12 miliardi e mezzo per la ricostruzione privata e quasi 5 miliardi per quella pubblica, ma secondo le stime ce ne vorranno in tutto almeno 28 per ricostruire tutte le case, gli edifici pubblici e le infrastrutture danneggiate (quindi ne servirebbero almeno altri 11).