C’è una cosa che sui social abbiamo imparato molto bene: a raccontarla per primi, una storia, spesso si vince. Non importa nemmeno che sia vera. Importa che funzioni. Bastano una vittima, un cattivo, un po’ di indignazione e qualcuno disposto a battere il primo colpo. Il resto viene da sé. La gente legge, si schiera, commenta. Qualcuno mette un cuore, qualcuno aggiunge un insulto, qualcun altro tira fuori una vecchia storia che non c’entra niente, ma che serve a sporcare ancora un po’ la faccia di quello che è stato indicato come il nemico.
In pochi minuti una persona può diventare un mostro. Senza processo, senza prove e senza che nessuno si sia preso la briga di chiedere: “Ma esattamente, che è successo?”.
È il tribunale dei social. E nei tribunali, si sa, conta molto chi parla per primo. La cosa più perversa è che spesso il carnefice non si presenta come carnefice. Si presenta come vittima. Prima ti colpisco, poi racconto che sei stato tu a farmi male. Prima ti delegittimo, poi dico che mi hai costretto a reagire. Prima costruisco il branco, poi racconto che ho paura del branco. E funziona, perché abbiamo una fame enorme di storie semplici: uno ha ragione, uno ha torto, uno è buono, uno è cattivo. Fine.







