Il bipopulismo è arrivato anche negli Stati Uniti? Il successo crescente dei socialisti del Partito Democratico sembra in effetti l’esito di una più o meno conscia reazione istintiva al parallelo fenomeno trumpiano, insinuando un bel po’ di populismo di sinistra sul versante opposto.
C’è una sfasatura nella tempistica, perché la sinistra dem cresce proprio quando Donald Trump comincia a declinare.
Ma la regola del bipopulismo sembra confermata: gli estremi si sorreggono a vicenda, e tendono a somigliarsi, stringendo nella tenaglia tutto il fu maggioritario consenso moderato
La lotta politica non è più nella contesa al centro ma nel rincorrersi delle estreme. In Italia la lepre è Roberto Vannacci, negli Stati Uniti magari diventa Kim Jong-un. Sia il generale sia il piccolo despota possono dettare la linea agli aspiranti imitatori o magari snobbare, come in Corea, le avance dell’americano che ora li corteggia.
In America prima c’era Zohran Mandami, ma si sa che New York non è l’America. Poi però gli esiti concreti di elezioni suppletive e soprattutto di primarie hanno consolidato un partito che sembrava solo simbolizzare la diversità, con Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez. Ma già in Michigan il successo del musulmano Abdul El-Sayed non era proprio scontato, e ancor meno quello di una candidata come Angie Nixon, che ha battuto in Florida un avversario strasicuro e strafinanziato. Naturalmente, non è detto che prevalere nelle competizioni interne di partito garantisca una vittoria esterna. La Nixon proprio non sembra destinata a rappresentare la Florida.







