Pubblicato il: 23/08/2026 – 19:00

di Paola Suraci

REGGIO CALABRIA La sera del 25 maggio 2017, Bruno Ielo stava tornando a casa a bordo del suo scooter, dopo avere chiuso la tabaccheria che gestiva insieme alla figlia. Percorreva la strada statale Gallico-Catona quando, all’altezza della concessionaria New Car, venne raggiunto da due colpi di pistola alla nuca. Morì sul colpo. A pochi metri dal corpo gli investigatori trovarono una Beretta 70 calibro 7,65, con il caricatore vuoto, e due bossoli. Nelle tasche della vittima, però, c’erano ancora i 5 mila euro dell’incasso della giornata: un particolare che portò a escludere immediatamente la rapina come movente dell’agguato. È su quella scena del delitto e sulla complessa ricostruzione degli avvenimenti precedenti che si concentrano le motivazioni della sentenza della Corte d’assise d’appello di Reggio Calabria, depositate dopo la decisione del 26 novembre 2025.

Le motivazioni: nessuna prova del metodo mafioso

Uno dei passaggi più rilevanti delle motivazioni riguarda proprio la qualificazione dell’omicidio. La Corte, pur ricostruendo un contesto nel quale compaiono soggetti ritenuti vicini ad ambienti della criminalità organizzata, esclude che il delitto possa essere qualificato come commesso con metodo mafioso. Il principio affermato dai giudici è preciso: non è sufficiente che gli autori abbiano una particolare caratura criminale o siano collegati a persone e ambienti della ’ndrangheta. Per applicare l’aggravante occorre dimostrare che, nella concreta realizzazione del delitto, sia stata utilizzata la forza intimidatrice derivante dal vincolo associativo. La Corte, dunque, separa il piano delle responsabilità individuali da quello della matrice mafiosa del fatto. La brutalità dell’esecuzione, la preparazione dell’agguato e i rapporti tra alcuni protagonisti della vicenda non sono, da soli, elementi sufficienti per dimostrare l’impiego del metodo mafioso. È un passaggio centrale nella lettura della sentenza: il collegamento con la criminalità organizzata non può essere automaticamente trasformato nella prova dell’agire mafioso.