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Negli ultimi anni chi si occupa di operazioni di soccorso in montagna ha assistito ad alcuni cambiamenti, che hanno a che fare con le nuove tecnologie a disposizione, con le persone che ora frequentano più abitualmente la montagna, e con la montagna stessa. Sebbene il requisito di base per i soccorritori sia sempre avere un ottimo livello alpinistico, questi e altri elementi hanno in parte modificato il modo di condurre i soccorsi e le situazioni che i soccorritori si trovano ad affrontare.
In Italia buona parte degli interventi di soccorso in montagna è svolta dai volontari del Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico (CNSAS), una sezione del Club Alpino Italiano (CAI), che sono circa settemila in tutta Italia. Altri sono invece compiuti dagli appositi corpi della Guardia di Finanza, dall’Esercito o dai Vigili del Fuoco. Si occupano di aiutare chi si fa male in luoghi impervi (non necessariamente in alta quota) e non riesce più a tornare a valle da solo, o chi si trova in difficoltà per via di condizioni atmosferiche che ne mettono in pericolo la vita, o ancora di cercare persone disperse.
Per entrare nel CNSAS bisogna avere tra i 18 e i 45 anni e superare una serie di prove di ammissione, che valutano la preparazione tecnica e alpinistica. La candidatura va presentata al capo della stazione del territorio in cui si desidera operare (ce ne sono 270): deve contenere un curriculum delle attività alpinistiche svolte negli ultimi anni e un certificato medico. Se si viene accettati, si ottiene la qualifica di “aspirante” soccorritore e a quel punto inizia un periodo di affiancamento e preparazione che può durare da uno a tre anni.







