Donald Trump ha scelto l'assedio economico. E adesso, Iran e Stati Uniti hanno un solo obiettivo: resistere più del nemico. Una partita difficile, perché Washington e Teheran sanno che questo status quo rappresenta un pericolo per entrambi. Il vicepresidente Usa, JD Vance, ha parlato di una «danza delicata», in cui «se esercitiamo pressione economica su di loro, loro cercheranno di fare altrettanto con noi». Il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha ammesso che Teheran dovrà predisporre un piano per superare le «crudeli sanzioni». E ora la Casa Bianca e i Pasdaran si preparano a un braccio di ferro in cui l'America cercherà di coinvolgere tutto il mondo, compresa la Cina.
Gli effetti
Trump è consapevole che più si prolungano gli effetti del conflitto e più questo può incidere sulla sua popolarità. Le Midterm si avvicinano. I prezzi del carburante pesano eccome nelle scelte degli elettori. A livello di immagine, il presidente non può dirsi certo rafforzato da un conflitto in cui ha perso la fiducia dei repubblicani, degli alleati nel Golfo Persico ma anche di Israele. Il Pentagono deve gestire le indiscrezioni sulle basi danneggiate in Medio Oriente e l'affaire della portaerei Abraham Lincoln. E nonostante le affermazioni del tycoon, il traffico nello Stretto di Hormuz è ben lontano dai livelli prebellici. In un Medio Oriente in piena ebollizione, la speranza di Trump è riposta però in una valutazione che da tempo circola tra gli analisti Usa, e cioè che se il regime iraniano si compatta quando viene colpito militarmente, in assenza di bombardamenti la crisi comincia di nuovo a prendere il sopravvento. E questo aumenta sia il malcontento popolare sia le divisioni interne a un Paese dove resta il mistero della Guida suprema, Mojtaba Khamenei.












