Mercoledì notte, Donald Trump ha annunciato in un post su Truth Social che stava lanciando “l’operazione economica più devastante mai intrapresa contro un Paese”, una sorta di “D-Day economico” contro l’Iran. Qualche anno fa, una frase simile avrebbe fatto sobbalzare le cancellerie di mezzo mondo ed impennare i mercati. Oggi invece ha prodotto qualche alzata di spalle, alcuni titoli di giornale l’hanno riportata con il consueto rincaro del Brent, salito sopra i 94 dollari al barile.

Che noia, viene da dire, la politica della minaccia verbale, a cui non fa mai seguito nulla. È evidente perché. Le guerre vere non si annunciano sui social, si finanziano in silenzio. Le sanzioni che mordono non vengono precedute da un tweet, arrivano attraverso circolari del Tesoro, liste tecniche, meccanismi di clearing bancario che strangolano senza clamore, e arrivano all’improvviso. Se si possiedono davvero gli strumenti per infliggere dolore economico a che serve twittarlo in anticipo?

La verità è che Donald Trump non li ha questi strumenti perché il mondo in cui viviamo è multipolare, ben diverso da quello della guerra fredda. Ciò che stanca la gente non è l’aggressività del linguaggio — quella almeno avrebbe una sua coerenza brutale — ma la sistematica sproporzione tra il volume degli annunci e la portata dell’azione.