«Non è facile, l’ho vissuto sulla mia pelle. Non è certamente facile andare contro l’idea di famiglia, vedere gli amici voltarti le spalle, scalare quella montagna della burocrazia. Spesso accompagnata da pregiudizi e diffidenza. L'unica via, però, è denunciare. E chi sa non deve nascondersi. Perché la storia di Tania avrebbe potuto essere la storia di molte di noi». Stefania (il nome è di fantasia) è stata vittima di maltrattamenti in famiglia e stalking da parte dell'ex marito. La sua vicenda aveva fatto scalpore, un anno e mezzo fa, quando per l'uomo era stato disposto il braccialetto elettronico, anche perché la donna è un'assessora comunale del Veneziano. Per la prima volta, oggi, ha deciso di raccontare la sua storia.

«Ci siamo sposati giovanissimi, avevo 23 anni. All'inizio era una bella storia d'amore come tante: mi trattava come una principessa, cinquantamila attenzioni, una lieve gelosia che scambi per amore, la voglia di famiglia. Tutto è cambiato dopo la nascita di nostro figlio». In che modo? «Ha cominciato ad avere atteggiamenti aggressivi. Mi accusava di avere approcci con chiunque. Ho iniziato a vedere la morbosità. Da lì è partita un'escalation continua. È un errore che non rifarei: queste storie tossiche vanno interrotte al primo segnale. Le autorità non avranno mai abbastanza mezzi per salvare tutti e soprattutto le giovani oggi sono a rischio di modelli sbagliati». Come si manifestava il controllo? «Quando qualche amico (o amica) mi invitava a uscire io dovevo quasi chiedere il permesso. Quando rientravo erano urla e offese». Poi è arrivata la politica. «Quando sono entrata in politica, all'inizio sembrava mi sostenesse. Poi ha cominciato a dargli fastidio. Faceva le vasche davanti al Comune per controllarmi. Se collaboravo con un consigliere comunale mi accusava di avere storie, mi dava della "poco di buono", per usare un eufemismo gentile». È arrivato alla violenza fisica? «Litigavamo tutti i giorni. Mi afferrava i polsi e il mento: "Guardami quando ti parlo". Una volta mi sono fotografata: avevo i lividi sul polso. Lui si scusava subito, diceva che aveva le mani pesanti. Mi spingeva contro il muro, una volta si è rotto persino una mano. Quando ho scoperto che se la prendeva anche con nostro figlio, ho deciso di iniziare il percorso: sono andata in caserma dai carabinieri e l'ho denunciato». Com'è stato, quel percorso? «Non semplice. Io, da amministratrice comunale, avevo gli strumenti. Chi non li conosce può farsi prendere dallo sconforto. Ogni tanto qualche muro c'è. La vittima spesso viene messa in discussione: come viene raccolta la deposizione, come l'avvocato ricostruisce gli avvenimenti, come si regge emotivamente nel raccontare queste cose. La mia audizione è durata tre ore e mezza». Cos'è successo dopo quella denuncia? «Nonostante il braccialetto elettronico, continuava a seguirmi. L'ultima volta era fuori dalla mia palestra. Sono arrivati i carabinieri e lo hanno trovato sotto casa che mi aspettava con il braccialetto elettronico addosso. I miei vicini lo vedevano sempre camminare verso casa mia, tornare indietro, fare un passo in più per testare fino a che punto potesse spingersi prima che suonasse. Un'agonia. È stato arrestato, poi scarcerato». E adesso? «Ha una misura di obbligo di dimora. La settimana scorsa ha chiesto la riduzione della misura cautelare: abbiamo preparato un'istanza di opposizione e il tribunale gliel'ha rigettata». È riuscita a ricostruirsi una vita? «A fatica. Molti nostri amici erano in comune. Una coppia ha assistito a uno schiaffo, eravamo a casa loro. Queste persone sono state chiamate a testimoniare e hanno fatto scena muta». Sono stati in molti a girarsi dall'altra parte? «In questi mesi ho incontrato molta gente che mi diceva "l'ho visto, ha detto che non si rassegnerà mai fino a quando non ti vedrà distrutta". Quando chiedevo di andare a riferirlo ai carabinieri mi rispondevano: "Ah no mi spiace, non voglio saperne nulla". Chi sapeva veramente si è nascosto, è sparito. La comunità deve imparare a non fare la talpa. Tutti sanno tutto, ma sempre dopo. Penso a Tania: ma perché non avete parlato prima? Probabilmente dovrebbe esserci una tutela maggiore anche per i testimoni». Come sta adesso? «Ho una nuova vita, ho nuove amicizie. E ho capito una cosa: queste persone sono abili manipolatori. Ti fanno sentire in colpa per ogni tua decisione. Io ho sempre creduto nella famiglia, la volevo tanto, ma ho scelto di portare avanti anche le mie ambizioni. E credo che quella scelta, in fondo, mi abbia salvata».