Un contratto di lavoro pagato 7 mila euro che all’arrivo in Italia si è rivelato carta straccia. Una storia fatta di abusi e malversazioni, sfruttamento e dolore finché Fatima ha deciso di ribellarsi e, con l’aiuto di un’associazione, ha trovato la forza di denunciare. Il suo è un nome di fantasia, per motivi di sicurezza è stata costretta a lasciare il Piemonte, ma l’Italia, racconta oggi, «resta la mia grande occasione, un Paese che mi ha fatto conoscere l’inferno ma anche persone che da quell’inferno mi hanno tirata fuori». Lei è uno degli oltre 2 mila stranieri piemontesi aiutati con il progetto Common Ground che offre sostengono alle vittime di sfruttamento. L’inizio della storia Era l’8 giugno 2024 quando è sbarcata in Italia da Béni Mellal, in Marocco. Tutto regolare: aveva un contratto, anche se fino all’ultimo non sapeva dove quel pezzo di carta l’avrebbe condotta. «Non essere curiosa» le rispondeva l’intermediario contattato in patria. E così approda a Saluzzo. Il suo non è un caso di fuga per disperazione o guerre, Fatima, che ha 36 anni, nel suo Paese aveva lavorato in un istituto di giornalismo, parla tre lingue – inglese, francese e arabo – più un italiano stentoreo che sta perfezionando. «Il mio piano – racconta – era di lavorare alcuni mesi per stabilizzarmi e poi proseguire i miei studi in gestione informatica delle aziende». Azienda di Lagnasco Appena messo piede in Piemonte, però, ha capito che il suo impiego da stagionale non era come se l’era aspettato. L’azienda è a Lagnasco, piccolo borgo antico della piana saluzzese, cinto a ovest dalle Alpi e tinto in primavera da ogni tonalità di rosa, quando gli alberi da frutto prorompono in un trionfo di colori. Poi in estate arriva il momento della raccolta. Questo era il compito di Fatima, così come di altre migliaia di lavoratori stagionali. «Sin dal primo giorno ho scoperto che sarei stata pagata in nero, mi davano 6 euro all’ora indipendentemente da quante ore lavorassi» racconta. Una casa a Saluzzo «in cui vivevamo in sette, condizioni disumane». Così il sogno, ora dopo ora, diventava incubo. Cinque di noi dormivano su dei materassi a terra in un’unica stanza, altre due nel piccolo soggiorno. Non avevamo scaldabagno per lavarci né una lavatrice. Lei non è stata l’unica vittima di quell’intermediario in Marocco, la stessa esperienza l’ha vissuta suo nipote. «Quei contratti sono dei passepartout per chi vuole emigrare, ma spesso non rappresentano una reale opportunità di lavoro». I suoi giorni si dividono tra la campagna, dove raccoglie mirtilli, pesche, ciliegie e il magazzino, dove viene utilizzata per l’impacchettamento. Il suo primo impiego è in nero, sotto un supervisore di origini albanesi che si rivela «gentile e rispettoso», ma dura poco più di un mese. Rimane a casa una settimana e nella sua seconda esperienza ottiene un contratto è regolare, ma subisce un trattamento profondamente inumano con «insulti, umiliazioni, violenze verbali e fisiche» da parte della sua datrice di lavoro italiana e dell’intermediario marocchino. Allora non parlavo italiano e per dirmi che dovevo spostarmi la donna mi afferrava per una spalla, trascinandomi; per indicarmi qualcosa da guardare mi prendevano la faccia voltandola a destra o a sinistra. Alla fatica quotidiana delle sue mansioni si aggiungevano gli abusi e le pressioni psicologiche, finché il suo rapporto di lavoro si conclude bruscamente, il 4 ottobre dell’anno scorso anziché il 31 come pattuito. «Non c’è più lavoro» la salutano in modo sbrigativo. Ora Fatima ha lasciato il Piemonte. È riuscita a voltare pagina. «Ho cambiato città ma non voglio dire dove mi trovo. Studio italiano e frequento un corso di formazione pedagogica, intanto insegno arabo e francese». L’Italia resta nel suo futuro? «Avevo diverse opportunità quando sono partita, ma scelsi l’Italia. Qui ho conosciuto persone orribili e altre stupende. Un paese che sa difendere il diritto e la legalità. Ho scelto l’Italia e l’Italia un po’ ha scelto me».