A cento anni dalla nascita, la casa editrice Elèuthera porta in libreria Ode al vino e all’anarchia di Luigi Veronelli che già nel titolo sintetizza lo sguardo e il pensiero sempre vitale dell’autore. Un’ottima occasione dunque per ritornare alla visione e alla pratica di uno dei più importanti critici enogastronomici italiani del Novecento, un uomo capace di unire alla critica del cibo e del vino anche uno sguardo che fosse intrinsecamente e naturalmente politico e filosofico. Luigi Veronelli andava al di là della mera definizione di critico enogastronomico, ma come si usava prima dell’ossessione della specializzazione, utilizzava il cibo e il vino come strumenti di una filosofia del piacere che andava fortemente trasmessa tanto più in un paese come l’Italia ancora estremamente cattolico e moralista nonché fortemente pruriginoso.

Punto fermo era per Veronelli la terra, intesa come terreno di coltura e di cultura e origine di provenienza. Nato a Milano ma bergamasco da sempre, Luigi Veronelli era solito accogliere i suoi sodali nella sua casa sul colle di San Vigilio, nella cornice di Città Alta. Il suo rapporto con il vino e con il cibo era infatti vergato da una necessaria convivialità e condivisione. Veronelli avvertiva la necessità di un godimento che fosse pienamente inclusivo e politico, un’apertura al gusto e al piacere che andasse a contrastare produttivistiche più deteriori, oggi si direbbero accelerazioniste.