Il woke è morto o, quantomeno, non gode di buona salute. E, peggio di chi non si ostina alla sua dipartita, c’è solo chi finge che non sia mai esistito, specialmente se ne ha fatto attivamente parte. Le mode e le contro mode americane, come sempre, attraccano dalle nostre parti in ritardo, lasciando spiazzati gli appassionati delle tendenze dell’altro ieri, come quegli ubriachi in discoteca che continuano a ballare quando la musica è finita. Così dopo la retromarcia planetaria di Ocasio Cortez che, dopo anni di wokismo, ora piange sull’odio versato, arriva anche il passetto indietro nostrano di Giuseppe Conte, ovviamente usato in chiave domestica anti Schlein. Ma, al netto delle beghe interne, l’inversione di rotta è evidente. Dopo un decennio abbondante il woke non tira più, bastava mettere l’orecchio sul binario dei mercati per capirlo: get woke, go broke. Gli investitori abbandonano per primi le navi ideologiche che stanno affondando. Noi, che da queste colonne da anni denunciamo la dittatura del politicamente corretto e di tutte le sue degenerazioni, non possiamo che esserne contenti. Ma l’anomalia è che coloro i quali per anni hanno orchestrato la censura woke, adesso, a cadavere ancora caldo, fingono di non saperne nulla. Dai Democratici degli Stati Uniti, dove tutto è nato, a quelli di casa nostra, passando per l’ex premier grillino e La Repubblica, che del pensiero woke è stata una vera e propria casamatta, ètutta una gara a constatare il decesso di quell’espediente politico che da un decennio tiene in vita una sinistra a corto di idee. Perché non si possono cancellare le impronte digitali dalla scena del crimine. Il wokismo è la prosecuzione del progressismo con i mezzi, più subdoli e moderni, della censura sociale e dell’intimidazione culturale. E, da una parte all’altra dell’Oceano, il woke è stato il cavallo di Troia della sinistra più radicale. Parafrasando una nota canzone di De Andrè: ora si credono assolti, ma sono lo stesso coinvolti.