C’è una domanda che finalmente il nostro sistema si sta ponendo: quale idea di calcio vogliamo costruire per il futuro? L’Associazione italiana calciatori e l’Associazione italiana allenatori calcio stanno avanzando molte proposte per rilanciare il movimento. Tra queste spicca senz’altro il progetto affidato dalla Figc a due ex Campioni del Mondo come Simone Perrotta e Gianluca Zambrotta, incentrato sull’attività non agonistica dai 5 ai 12 anni.Lo facciamo partendo da una convinzione semplice: il calcio italiano ha bisogno di una strategia capace di andare oltre il breve periodo. Negli ultimi anni il calcio è cambiato profondamente. Sono cambiati i modelli economici, la formazione dei giovani e il ruolo dei vivai. Il dibattito italiano però si è quasi sempre concentrato esclusivamente sulla riforma dei campionati, confondendola oltretutto con i format, ovvero con il numero delle squadre. Questione senza dubbio importante, da affrontare rafforzando il nostro sistema di Licenze Nazionali, per capire chi realmente può fare calcio professionistico a tutti i livelli.Ma serve una visione complessiva e, per questo, riteniamo indispensabile costruire un vero progetto tecnico-sportivo federale, con obiettivi di medio e lungo periodo. Una strategia condivisa che restituisca centralità alla crescita del movimento e che abbia tra le sue priorità la riattivazione del mercato interno. Un passaggio, questo, di valorizzazione delle mission della serie B, della Lega Pro e del mondo dilettantistico fondamentale non solo per ragioni sportive, ma anche economiche.È abbastanza evidente che investire su calciatori provenienti dalle nostre serie minori significa scegliere soprattutto tra i selezionabili, ma anche redistribuire meglio le risorse verso il basso, così come avvenuto fino a vent’anni fa, nel periodo più vincente del nostro sistema sportivo. Un’era che ha saputo coniugare bene la competitività internazionale dei nostri grandi club con le esigenze delle Nazionali, così come avviene oggi in Spagna. Il nostro più grande problema è certamente lo scarso utilizzo dei giovani calciatori italiani nella massima serie, nonostante i risultati strabilianti delle nostre nazionali giovanili.È un problema per la Nazionale, ma è soprattutto la fotografia di un sistema che fatica a produrre e a far crescere il proprio talento. Tra i professionisti gioca meno del 10% di calciatori provenienti dal proprio settore giovanile, segno di un sistema che, anche nei dilettanti, forma quasi esclusivamente ragazzi per le serie minori.Per invertire questa tendenza servono nuove risorse da investire su progettualità diverse dall’utilizzo (minutaggio) dei prestiti valorizzati incondizionatamente o dall’obbligatorietà in campo nel mondo dilettantistico apicale. Abbiamo bisogno di meccanismi che incentivino davvero gli investimenti delle società nei settori giovanili rimborsando, come ad esempio fatto in passato in Francia, i mezzi impiegati (risorse in infrastrutture e allenatori in primis) e premiando poi i risultati ottenuti in termini di carriere dei calciatori formati (o, in parte, utilizzati in prestito).In sostanza, per investire di più e meglio sui calciatori selezionabili dovremo rivedere alcuni dei vincoli di destinazione delle risorse derivanti dalla Legge Melandri, sperando di poter contare su risorse aggiuntive provenienti dalle scommesse sportive. L’obiettivo finale deve essere premiare chi valorizza i giovani del proprio vivaio (sulla scorta di quanto già in parte previsto dal progetto Zola in Lega Pro), creando però le condizioni (oggi raramente riscontrabili) perché questi giovani siano in grado di giocare tra i professionisti.Per questo proponiamo una regia federale (anche nel settore femminile) che coordini le politiche di sviluppo del movimento e un diverso sistema di incentivi per valorizzare le società che investono nella formazione: quelle che dispongono di strutture adeguate, di tecnici qualificati e che dimostrano anche di saperlo fare, accompagnando la crescita (non soltanto sportiva) delle loro ragazze e dei loro ragazzi fino al professionismo. Partendo da una questione troppo spesso sottovalutata: la qualità delle persone che operano nel calcio. Se vogliamo migliorare il livello del movimento dobbiamo investire sulle professionalità alle quali affidiamo i nostri figli.Avremo bisogno di uno sforzo comune per “formare i formatori” e, di conseguenza, rafforzare la presenza obbligatoria e ben retribuita di figure specializzate nelle diverse categorie giovanili, dall’attività di base fino alla Serie D e ai settori professionistici, accompagnando queste norme con controlli e sanzioni per chi non le rispetta.Il confronto con il modello spagnolo è certamente utile. Ma la nostra sfida sarà costruire un modello italiano che abbia una propria identità e che rimetta al centro formazione, sostenibilità, competenza e merito. Il futuro del nostro calcio dipenderà soprattutto dalla capacità di creare un ambiente sportivo che torni a produrre valore e talento.*Presidente dell’Associazione italiana calciatori (Aic)