di Fabrizio Roncone

Ha di fatto occupato il Campo largo. A modo suo. E ora di chi si fiderà? Di Bettini o di Travaglio? Con l’autunno all’orizzonte e le elezioni che si avvicinano, l’ex premier è arrivato a un bivio

È l’estate di Giuseppe Conte. Ha, di fatto, occupato il Campo largo. A modo suo. Con astuzia e cinismo, con quella convinzione scabrosa d’essere il candidato premier giusto per battere Giorgia Meloni, con la voce di velluto che rimanda a dopo le primarie la stesura di un programma elettorale comune, sublime arroganza di uno consapevole, tra l’altro, d’essere un pacifista spaventoso nel suo putinismo prêt-à-porter: perciò - a giorni alterni - Conte appare credibile e incredibile, docente di morale e poi spregiudicato giocatore di poker, seducente e inaffidabile.

Antropologicamente: un camaleonte con la pochette. Tecnicamente: un mistero. Nel buio del quale si celano due consiglieri: Goffredo Bettini e Marco Travaglio. Molto diversi tra loro. Troppo? Troppo.Bettini è un uomo che ancora si lascia martellare da passioni primordiali. È convinto che la politica resti, nonostante l’osceno declino, l’unico strumento con cui migliorare la società in cui viviamo. Per questo sanguina a tempo pieno. È il suo genio. Il suo magnifico carisma. Non deve perciò sorprendere che, ormai da anni, si prenda cura di Conte. Inizialmente, gli ha insegnato a stare seduto al tavolo dell’intrigo parlamentare. L’uso delle posate. Prendere il calice senza alzare il mignolo.