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È il momento di rompere gli indugi. Giuseppe Conte supera i tatticismi di inizio estate e, senza consultare nessuno, né aspettare la cosiddetta «benedizione» da parte degli alleati, si erge a capo della coalizione progressista. Non dice «sarò il leader», ma è chiaro che, puntando il dito contro l’operato del presidente del Consiglio, nei fatti indossa i panni del candidato premier.

Con la scusa della crisi spagnola di Ceuta, il pentastellato, attraverso un’intervista al Fatto, effettua un vero e proprio delirio di onnipotenza, mettendo a confronto il suo operato con quello di chi lo ha succeduto a Palazzo Chigi: «Meloni – rivendica – ci isola, il mio lavoro in Europa si è perso». Addirittura accusa la prima donna del centrodestra di aver agito da segretario di partito, «come un Abascal (ndr. numero uno di Vox, forza iberica di estrema destra) qualsiasi, anziché da premier dell’Italia».

Le manie di protagonismo del numero uno dei grillini, però, non finiscono qui. L’avvocato di Volturara Appula, a Sant’Anna di Stazzema, durante l’evento organizzato per ricordare la strage nazista, fregandosene dei partner di coalizione, detta addirittura l’agenda sulle discusse primarie. «A settembre – dice ai microfoni di La7, dove ormai è ospite fisso – ciascuna forza raccoglierà le proposte, le soluzioni e le idee, per poi arrivare nella parte finale del mese a un confronto politico e definire i punti programmatici che delineeranno il progetto comune. Dopo, naturalmente, ci saranno tutti gli altri passaggi, durante i quali ci ritroveremo a individuare anche l’interprete che sarà chiamato a realizzare il programma, che rimarrà comunque nel quadro di uno spirito di squadra».