Lo scontro a sinistra si aprirà e sarà forte. Perché Giuseppe Conte non intende affatto arrendersi e mollare ad Elly Schlein o chi per lei la premiership della coalizione “progressista”. Ormai non passa giorno che il capo dei Cinque stelle non ricordi di aver già fatto due volte il presidente del Consiglio e di avere quindi la competenza ad hoc. Così come quelle svolte – per ora a parole più che nei fatti – per una politica di sicurezza più rigida e contro misure come la patrimoniale paiono segnare un campo programmatico differente. Per la Meloni meglio lui o la segretaria dem? In televisione Conte è abile a comunicare e anche a nascondere, alla radio idem, e se sul voto d’opinione il Movimento regge ancora (a differenza dei territori) il merito è indubbiamente suo, fanno notare quelli dello staff pentastellato. Però anche lui non potrà occultare quel che gli pioverà addosso apertamente da destra e alle spalle da sinistra.
Perché c’è chi ancora non gli perdona proprio i suoi due governi, uno con la Lega e l’altro col Pd... Basti pensare alla gestione del Covid, quando agli italiani inflisse gli odiatissimi Dpcm, diventati celebri all’ora di cena, quando comunicava cambi frequenti delle norme di contrasto della malattia, giudicate confuse non solo dall’opposizione ma anche dalle categorie produttive. Il ricordo di un lockdown reiterato, rigido e prolungato, è ancora oggi vissuto come dannoso da molti soggetti economici, a partire dai piccoli esercenti. È sempre di quell’epoca la denuncia del ritardo nell’individuazione delle prime zone rosse, con le polemiche che ne conseguirono. Ancora oggi c’è una commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid che punta a scoperchiare i punti deboli dell’azione di governo. Certo, va anche detto che Conte rivendica invece quel che fece per salvare vite umane.






