Gira e rigira, si ritorna sempre al grande problema irrisolto: chi farà il candidato premier della coalizione progressista o campo largo che si dir si voglia? Domanda che può anche tradursi in quest’altra versione: chi lo farà tra Elly Schlein e Giuseppe Conte, essendo evidente che i due leader con maggior chance sono loro due? Oppure, terza domanda, non lo farà nessuno dei due e quindi si ricorrerà a un terzo, vedi Gaetano Manfredi - come si vagheggiava fino a quest’estate - o Silvia Salis - come si dice negli ultimi tempi?

Finora si è provato a rinviare il problema e a minimizzarlo: «Quando sarà il momento, decideremo», si dice, «un modo per decidere chi fa il candidato premier, si troverà». La verità è che, finora, non solo non si è minimamente deciso chi lo farà (cosa che impedisce anche il lavoro su un programma comune), ma nemmeno c’è un accordo sul metodo con cui sceglierlo e persino sui tempi in cui fare questa scelta.

Per questo, ieri, ha provocato un piccolo terremoto un retroscena, uscito sul Corriere della Sera, a firma Francesco Verderami, in cui si sosteneva che Dario Franceschini, l’ultimo grande stratega del Pd, il primo a scommettere su Schlein quando nessuno ci credeva, insomma uno che ancora è quello con più fiuto, si sarebbe convinto del fatto che il dilemma va risolto in un solo modo: dividersi i compiti, le carriere. Ossia: Schlein fa la segreteria del Pd, Conte il candidato premier. Franceschini, ieri, ha smentito la ricostruzione con una nota durissima: «Tecnicamente si chiama: seminar zizzania», si legge nella nota dell’ex ministro dei Beni Culturali ed ex segretario del Pd.