Il politologo Balázs Jarábik a Fanpage.it: la richiesta di elezioni durante la guerra non ha sostegno popolare e finisce per rafforzare Zelensky. “Nessuna deriva autoritaria: l’Ucraina è un Paese in guerra, la legge marziale limita la democrazia ma è inevitabile”.

La richiesta di elezioni avanzata da Mykhailo Fedorov è la prima sfida politica esplicita a Volodymyr Zelensky dall’inizio dell’invasione russa. L’ex ministro della Difesa mette in discussione il governo del Paese, denuncia la corruzione come parte di una “crisi sistemica” e si propone, di fatto, come possibile alternativa al presidente.

Il momento rende la sfida molto rischiosa. Le operazioni anticorruzione “Forrest Gump” e “Themis” coinvolgono funzionari dell’Ufficio presidenziale, esponenti del governo e del Parlamento e dirigenti della banca statale Sense Bank. La procura anticorruzione indaga tredici persone. Tra queste Iryna Mudra, vicecapo di gabinetto licenziata da Zelensky subito dopo le perquisizioni della NABU, l’Ufficio nazionale anticorruzione ucraino. L’intervento del presidente può dimostrare che i contrappesi istituzionali funzionano, ma non chiude la questione sollevata da Fedorov: se corruzione e promozione dei fedelissimi stiano compromettendo anche la condotta della guerra. Fedorov ha guidato la digitalizzazione dello Stato, contribuito allo sviluppo della guerra dei droni e lasciato la Difesa con una reputazione di riformatore estraneo agli scandali. Il suo licenziamento ha provocato proteste di piazza. La richiesta di elezioni può però ritorcersi contro di lui: sotto la legge marziale non è possibile votare, milioni di cittadini sono sfollati e decine di migliaia di militari si trovano al fronte. Mosca ha già sfruttato la sua iniziativa per descrivere l’Ucraina come divisa e Zelensky come illegittimo.