Con una velocità spiazzante, Giuseppe Conte ha depositato ieri, via Repubblica, la sua piattaforma ideale e politica. È il primo vero atto della campagna elettorale per le primarie.
Elly Schlein ne è indirettamente interpellata non solo in quanto avversaria del capo del M5S, ma soprattutto perché quest’ultimo ha parlato direttamente agli elettori del Pd. Mossa astuta, quella non tanto di rinsaldare i suoi sostenitori quanto quella di pascolare sul terreno della competitor.
La critica della cultura woke – tema improvvisamente alla ribalta dopo l’autocritica estemporanea di Alexandra Ocasio-Cortez, è solo il preambolo di un testo di impianto addirittura post-marxista, probabilmente visto e corretto da dirigenti del Pd – il nome di Goffredo Bettini viene spontaneo – e forse esaminato in ambienti di cultura politica post-comunista. Se ne riconosce a occhio nudo lo stile: l’organicità quasi scolastica nel passaggio da un tema all’altro, la perentorietà delle formule, la pretesa di ricondurre fenomeni diversi dentro un’unica chiave di lettura.
Così, del Conte che abbiamo conosciuto negli anni c’è ben poco. Infatti è venuto fuori un documento radicalmente di sinistra, critico delle tendenze dell’economia nel suo intreccio con lo sviluppo tecnologico; e seccamente alternativo alla così definita «dilagante corsa al riarmo» e alla «ossessione per la deterrenza militare», senza ulteriori indicazioni sulle ragioni di questo riarmo (inutile dire che non si fa un minimo cenno all’Ucraina).









