C’è una domanda semplice che ogni cittadino dovrebbe porsi: quanto paga di tasse un euro guadagnato lavorando, e quanto ne paga uno ricevuto in eredità? In Italia la risposta è sconcertante. L’euro guadagnato è tra i più tassati del mondo sviluppato; l’euro ereditato, nella quasi totalità dei casi, non paga nulla. Non è una sfumatura tecnica: è una scelta di fondo, consolidata da oltre vent’anni, che premia la ricchezza ricevuta e penalizza quella prodotta. Ed è una scelta destinata a pesare sempre di più, perché l’Italia sta entrando nel più grande trasferimento di patrimoni tra generazioni mai registrato nella sua storia.
Il lavoro: 45,8 euro ogni 100
Il modo corretto di misurare la tassazione del lavoro è il cuneo fiscale: la differenza tra quanto costa un lavoratore all’impresa e quanto quel lavoratore porta a casa. Secondo l’OCSE (Taxing Wages 2026, dati 2025), per un dipendente single con salario medio il cuneo italiano vale il 45,8% del costo del lavoro: quasi la metà di ciò che l’impresa spende non arriva in busta paga. Il dato migliora rispetto al 47,1% del 2024, grazie alle detrazioni introdotte in sostituzione dell’esonero contributivo, ma resta tra i più alti del mondo avanzato: l’Italia è quinta su 38 Paesi OCSE, oltre dieci punti sopra la media dell’area, ferma al 35,1%. Una peculiarità merita attenzione: la parte più pesante del cuneo non è l’imposta sul reddito, ma i contributi a carico del datore di lavoro, circa 24 punti, quasi il doppio della media OCSE. È questa struttura a rendere il lavoro italiano insieme caro per le imprese e povero per i lavoratori: la radice del problema dei salari netti.






