Nel mentre tutto tace, a distanza ormai di una settimana dal Ferragosto, sia sul fronte “cinema” (la gestazione sospesa della nuova legge su cinema e audiovisivo, la cui approvazione a Montecitorio è stata rimandata dal 6 agosto al 9 settembre), sia sul fronte “televisione” (nessuno sembra preoccuparsi, al Governo, dell’irrealizzato adeguamento della governance e di altre norme al regolamento European Media Freedom Act alias Emfa), uno degli aspetti dello “scandalo Ranucci” (la ancora oscura dinamica dell’attentato al conduttore orchestrato dal suo controverso amico Lavitola) merita attenzione: i costi della trasmissione.

Alcune testate filogovernative hanno gridato allo scandalo, pubblicando documenti aziendali interni con modalità polemiche e prive della necessaria attenzione, attribuendo compensi ai giornalisti ignorando (volutamente) che si trattava di budget relativi al costo totale dei servizi (spese di trasferta, riprese, montaggio e produzione, ecc.). Un tipico caso di “trasparenza selettiva” ovvero di “trasparenza a metà”, con dati parziali e strumentali a tesi preconcette. Questa non è “informazione”, ma “deformazione”.

La questione merita di essere inserita nell’ambito di una sana quanto rara critica complessiva al deficit di trasparenza nella utilizzazione del danaro pubblico, sia esso destinato a sostenere il settore cinematografico-audiovisivo, sia la radiotelevisione pubblica: da diversi decenni, vado sostenendo che uno Stato liberale e democratico dovrebbe rendicontare sempre e comunque l’utilizzazione del danaro dei contribuenti, assicurando la massima trasparenza, e garantendo anche una rendicontazione dell’efficienza ed efficacia dell’intervento della mano pubblica.