Quel che caratterizza la politica culturale del governo è una sostanziale continuità con il passato: specificamente sia nell’ambito del cinema e dell’audiovisivo, sia nell’ambito del servizio pubblico radiotelevisivo, non si è registrato nessun radicale cambio strutturale, nessuna lungimirante riforma, ma semplicemente piccoli aggiustamenti di rotta ed una carenza di strategia innovativa.

Il “sistema”, nel suo complesso, non è cambiato: le procedure burocratiche nel settore cinema e audiovisivo non sono migliorate, e continuano a prevalere lentezza ed opacità, sempre sotto la guida della Sottosegretaria delegata, la senatrice leghista Lucia Borgonzoni; i processi organizzativi della Rai non hanno registrato implementazioni significative, e basti pensare che qualche settimana fa il consiglio di amministrazione ha rinnovato per un altro mandato Paolo Del Brocco, che è alla guida di Rai Cinema (una macchina culturale che muove almeno 300 milioni di euro l’anno e compete con il Ministero della Cultura nel decidere la vita e la morte di tutte le italiche progettualità cinematografiche) da… vent’anni!

In sostanza, sia la (mini) “riforma Borgonzoni” maturata a seguito dell’ormai sopito scandalo del “Tax Credit”, sia le vicende Rai continuano ad essere gestite “come sempre”. Prevalgono conservazione e conformismo: nessuna reale volontà di riforma, ma solo avvicendamenti da “spoils system”. Il deficit di respiro strategico è sempre più evidente, e cresce la stanchezza degli operatori del settore. Nelle ultime settimane, si registra pure una sorta di diffusa rassegnazione: finanche mestizia…