Fino al 1879 molti alpinisti consideravano i 2187 metri di roccia del Monte Sernio impossibili da scalare. Eppure il 21 agosto di quello stesso anno, Anna e Giacoma Grassi ne raggiunsero la cima. Le immagino partire di buon’ora, con le gonne lunghe fino ai piedi e le scarpe legate strette. Chissà se sapevano, allo sbadigliare del sole, che quel giorno avrebbero dimostrato a tutti quegli uomini che avevano torto. Che forse loro non potevano farcela, ma due donne sì. Sul Monte Sernio non ci sono mai salita, e l’ho visto per la prima volta in un acquerello monocromatico che mi ha mostrato Riccarda de Eccher dallo schermo del suo cellulare. Nelle sue pennellate leggere eppur decise ho colto i chiari e gli scuri che illuminano il suo sguardo mentre mi raccontava la storia delle sorelle Grassi, i lunghi capelli argentati e la pelle di diaspro che evocano la potenza delle native d’America. L’acquerello del Monte Sernio è di un formato insolito, ma a de Eccher piace lavorare sulle grandi dimensioni. «Con l’olio o l’acrilico se sbagli basta grattare via l’errore e dipingerci sopra, l’acquerello no. E non perdona». Riccarda de Eccher si è avvicinata agli acquerelli una ventina d’anni fa. Andando in montagna con un suo nipotino che le domandava quali fossero i nomi dei fiori che incontravano, si era accorta di non saper rispondere. «Ho comprato un enorme libro di botanica e mi sono messa a studiare, ma per ricordare i corrispettivi di tutti quei nomi in latino, mi costringevo a osservarli e poi a dipingerli». I suoi dipinti oggi hanno raggiunto il mondo e sono stati esposti in Italia, Germania e Stati Uniti. I soggetti, le montagne. «Il mio legame con le montagne è un legame nato dall’assenza. Quando la mia famiglia si è trasferita da Bolzano a Udine mi mancava il luogo fisico, come un animale. Nei miei quadri rappresento quelle che conosco e di cui custodisco la storia, c’è sempre un’intimità». Nei suoi quadri si percepiscono non solo l’amore e il rispetto profondo per le cime, ma il racconto di una vita e l’esperienza. Quelle rocce lei non le ha solo osservate da lontano ma ci è salita sopra, saggiandole e toccandole, camminando e arrampicando. De Eccher si è distinta anche come scalatrice e alpinista, una luce dirompente nel panorama maschile degli anni Settanta. Si iscrisse a una scuola di arrampicata a diciassette anni e nel 1977 partecipò a una spedizione sull’Annapurna III e nel 1980 sull’Everest. «All’epoca non era mica come oggi, il governo nepalese autorizzava una sola spedizione a stagione. Con noi non c’erano portatori, i nepalesi erano membri quanto noi». Le montagne sono una costante nella vita di Riccarda de Eccher, che da anni è un’attivista transfemminista, portavoce delle problematiche che incancreniscono spazi e discorsi pubblici tanto nel mondo delle terre alte quanto nella nostra società. «Nell’immaginario collettivo, l’alpinismo è incarnato dal maschile, bianco, eterosessuale, abile e magro. Dove sono le donne, le soggettività alternative, i corpi non conformi?».
Riccarda de Eccher e la montagna delle donne
Dalle pioniere Anna e Giacoma Grassi alle grandi alpiniste contemporanee, il racconto di uno spazio di libertà e inclusione. Pittrice, scalatrice e attivista, …












