La buona notizia per il governo Meloni è l’interruzione della sequenza di paesi che da giorni, a cadenza quotidiana, annunciano di prepararsi a rispedire i cosiddetti “dublinanti” in Italia. Quella se non cattiva quantomeno problematica è che a dire no siano Madrid e Parigi, le due capitali cioè con più ragioni politiche per prendersi una rivincita su Roma. Nel momento del redde rationem di quel patto Ue sulle migrazioni e l’asilo che Palazzo Chigi ha venduto come un successo e che mostra invece adesso tutte le sue insidie proprio per le frontiere di primo approdo come la nostra, la solidarietà arriva dunque, inattesa, nonostante la sospensione di Schengen contrapposta alla crisi di Ceuta e nonostante la tensione ricorrente con l’Eliseo.
Tanto la Spagna quanto la Francia hanno, al pari della Germania del Cancelliere Friedrich Merz, un’estrema destra rampante che punta a espugnare le elezioni nazionali cavalcando la paura dell’immigrazione di massa, lo spettro che si aggira per l’Europa e che produce alleanze ogm come quella tra Giorgia Meloni e la premier socialista danese Mette Frederiksen. Tanto la Spagna quanto la Francia si sono opposte agli hub nei Paesi terzi proposti dall’Italia attraverso il modello albanese, ritenendo quelle carceri esternalizzate inutili e costose. Eppure stavolta, con un approccio più razionale – le cui ragioni apparenti sono nel caso di Madrid la condivisione della medesima sorte di sponda nord del Mediterraneo e nel caso di Parigi l’aver utilizzato a più riprese la sospensione di Schengen contro il terrorismo – mettono nero su bianco quanto necessario sia affrontare i problemi che comuni sono in modo comune.















