«Una Lega rinnovata o una Pontida di rivolta». La scritta è comparsa sul pratone di Pontida, su uno striscione anonimo appeso al muro bianco del “Padroni a casa nostra”. Due frasi: abbastanza per fotografare il clima che si respira dentro il Carroccio mentre Matteo Salvini prova a chiudere la falla aperta dal fronte del Nord. Al raduno bergamasco manca un mese esatto e il tempismo, in politica, è tutto. Ma i simboli ancora di più. Perché Pontida non è solo la festa annuale della Lega ma il posto dove il partito mette in scena la propria memoria, dove il mito delle origini continua a pesare sulla politica del presente. E ieri, proprio da lì, qualcuno ha chiesto ancora una volta un cambiamento netto.
Una fotografia perfetta dell’agosto più complicato di Salvini dai tempi del Papeete, correva l’anno 2019. Solo che, stavolta, l’artefice della crisi non è lui, semmai ne è vittima, il capro espiatorio. Oggi la pressione arriva dall’interno del suo stesso partito: dai dirigenti lombardi, dai governatori, da una parte della vecchia classe dirigente e da una base che ha cominciato a discutere apertamente del «dopo». Il fronte dei governatori non esclude più il suo “passo indietro” e la militanza della prima ora, qualche volta diserta le feste locali in segno di protesta. Ecco perché la macchina salviniana si è messa in moto e ieri ha fatto circolare il sondaggio di AnalisiPolitica dello scorso 2 luglio in cui si certifica che tra gli elettori che oggi dichiarano di votare Lega, il 93% giudica positivamente il lavoro di Salvini. All’interrogativo sulla sua permanenza nel ruolo di segretario federale, solo il 21% vorrebbe un cambio già in vista delle politiche del 2027. Motivo per cui Eugenio Zoffili, esponente del “cerchio magico” del Capitano da sempre, si affretta a dire che «non ci sono dubbi», che la scelta di un anno fa al congresso federale di Firenze «è confermata».













