Dai giovani alla crescita del turismo italiano, fino alla necessità di fare rete con il territorio: Enrica Cotarella racconta come sta cambiando l’enoturismo e perché oggi chi entra in cantina cerca molto più di una degustazioneDai giovani alla crescita del turismo italiano, fino alla necessità di fare rete con il territorio: Enrica Cotarella racconta come sta cambiando l’enoturismo e perché oggi chi entra in cantina cerca molto più di una degustazioneTre americane arrivate da Phoenix, una proposta di visita tra le più complete, due ore diventate tre e mezza senza che nessuno guardasse l'orologio. Al momento dei saluti, una delle ospiti ha abbracciato Enrica Cotarella e le ha detto: “Mi hai regalato una giornata bellissima. Dio ti benedica”. Non stava parlando del vino. Enrica è la responsabile dell'immagine e della comunicazione di Famiglia Cotarella, insieme alle cugine Dominga e Marta - figlie rispettivamente di Riccardo e di Renzo Cotarella, i due fratelli che nel 1979 fondarono la cantina Falesco a Montefiascone - guida la terza generazione di un'azienda che oggi si estende tra l'Umbria meridionale, la Tuscia laziale e la Toscana. Quando si parla di enoturismo, la parola "esperienza" è diventata uno di quei termini che si usano così tanto da svuotarsi. Enrica lo sa, e preferisce spiegare con i fatti cosa intende: “Chi viene oggi nelle nostre cantine, sia a Montecchio che a Montalcino, non vuole solo la visita e la degustazione - dice -. Vuole sentirsi parte del progetto, parte della famiglia. Ha bisogno di meno tecnicismi e di più emozioni”. Non è una sensazione: è una trasformazione che si legge anche nei numeri. Il primo giugno di quest'anno, la cantina era già piena per tutto il mese. Nessun buco in agenda, nessun giorno libero. Anche gennaio e febbraio - mesi storicamente morti per il turismo enologico - hanno sorpreso. “Questa primavera ci ha dato tante soddisfazioni -, racconta-. È stato un giugno molto diverso rispetto all'anno scorso”. Il pubblico che arriva è cambiato quasi quanto il modo in cui lo si accoglie. L'età media si è abbassata: fino a qualche anno fa la fascia prevalente andava dai 45 ai 65 anni, tra appassionati e collezionisti. Oggi si vedono molte più coppie e gruppi di amici tra i 35 e i 55, ma anche famiglie intere, con nonni e bambini insieme. Per questo la cantina si è attrezzata: c'è una fattoria didattica, pensata anche per tenere occupati i più piccoli. Sul fronte delle nazionalità, quest'anno ha portato una novità: tantissimi italiani, più del solito. “Stranamente”, commenta Enrica, con una piccola pausa che dice molto. La lettura che ne dà è pragmatica: la situazione geopolitica internazionale, le guerre, l'incertezza generale hanno spinto molti a restare in Europa o a riscoprire mete vicine. Vengono soprattutto da Roma, dalla Toscana, dall'Abruzzo, qualcuno dal Nord. Cercano un weekend fuori porta, una pausa dalla frenesia. Poi ci sono i tedeschi, gli austriaci, gli americani e i britannici, che continuano ad arrivare. C'è un momento, durante ogni visita, in cui Enrica studia i clienti per capire con chi ha a che fare. Bastano quattro o cinque domande: da dove vengono, se conoscono già l'azienda, cosa fanno nella vita, come sono arrivati fino a lì. Così, decide come orientarsi. Con chi ha fatto il corso da sommelier, lascia più spazio alla tecnica. Con chi viene per la prima volta, punta più sul racconto. “Le informazioni sul vino vanno date, ma devono trasformarsi in qualcosa di emozionale. Quando sentiamo vino al naso, quando lo degustiamo, cerco di far riattivare la loro memoria emotiva. Quei profumi che ti riportano all'infanzia, a un posto, a qualcuno”. Il punto, alla fine, è uno solo: far sentire le persone a proprio agio. “Questo è già un valore aggiunto enorme -, dice -. “Si rilassano. Si sentono liberi di fare le domande che vogliono, e quando si rilassano davvero, succede qualcosa di diverso”. Succede che raccontano di sé. Della loro vita, di dove vengono, di cosa stanno attraversando. Quella delle tre americane non è un'eccezione: con molti degli ospiti, Cotarella è ancora in contatto. “Il vino è sia fine che mezzo” dice Enrica. È la descrizione precisa di quello che Famiglia Cotarella ha costruito negli anni. Il vino è rimasto il cuore dell'azienda - il Montiano, il Sodale, il Brunello di Montalcino solo per citare alcune etichette. Ma è diventato anche la porta d'ingresso verso altro: Intrecci, l'accademia di alta formazione di sala e ospitalità fondata nel 2017 a Castiglione in Teverina, che forma professionisti per il mondo della ristorazione, a cui, di recente, si è aggiunto anche Intrecci Mindset per la formazione aziendale nel contesto hospitality, ma anche corporate; la Fondazione Cotarella, nata nel 2021, che lavora sul tema dei disturbi del comportamento alimentare e la fattoria didattica. Progetti che all'inizio sembravano “apparentemente folli”, dice Enrica, e che hanno incontrato resistenze anche in famiglia. “Ci dicevano: avete la cantina, concentratevi su quella. Se va male si ripercuote sull’immagine”. Loro tre hanno insistito lo stesso. “Eravamo talmente convinte che fosse la strada giusta che alla fine i risultati ci hanno dato ragione. Ma non è stato facile, e ci vuole coraggio”. Essere figlie di Renzo e Riccardo Cotarella, due dei nomi più riconoscibili dell’enologia italiana, è un orgoglio per noi, ma abbiamo voluto imprimere all’azienda una nostra identità. Il tempo, dice, ha aiutato. E il fatto di essere in tre ha fatto il resto: nei momenti di buio, avere le altre due vicine ha tenuto tutto in piedi. Se si chiede a Enrica Cotarella dove sta andando l'enoturismo italiano, la risposta è articolata ma si può riassumere con il coraggio di investire. Investire in personale qualificato, investire in comunicazione e investire nella rete territoriale, che è forse la sfida più difficile di tutte. “La crescita di una realtà è la crescita del territorio - dice -. Non puoi fermarti al tuo orticello”. Nel caso di Famiglia Cotarella, questo si traduce concretamente, per esempio, nell'aiutare gli ospiti a costruire un soggiorno completo nella zona tra Orvieto e Civita di Bagnoregio: strutture ricettive, cosa visitare, in quali orari. Un lavoro di regia che va ben oltre la degustazione. C'è poi il capitolo giovani, che Enrica affronta con realismo. L'età media dell'enoturista si è abbassata, certo, ma il potenziale non è ancora del tutto esplorato. “Bisogna cambiare il modo in cui comunichiamo il vino - spiega -. Una comunicazione più accessibile, non banalizzata, ma meno tecnica. Che si possa fare già nelle scuole, raccontando che dietro quella bottiglia ci sono generazioni, fatica, cura. Persone”. E che il giovane che si avvicina non si senta intimidito da un mondo che ancora, nell'immaginario collettivo, porta addosso i segni di una certa chiusura - e di una lunga stagione al maschile, che lei stessa ha vissuto da ragazza nei primi anni Duemila, quando andare alle premiazioni significava trovarsi di fronte a un universo che sembrava non aspettarsi di vederla lì. Quel mondo è cambiato. Ci sono sempre più donne, sempre più connessioni tra il vino e settori che fino a dieci anni fa non esistevano - il marketing, i social, l'enoturismo stesso. “Abbiamo tutti gli strumenti per avvicinare i giovani. Bisogna usarli”.Tag LEGGI ANCHE L'E COMMUNITYEntra nella nostra community Whatsapp