Per il turismo enogastronomico l’ultimo assist è arrivato a dicembre quando la cucina italiana è entrata ufficialmente nel patrimonio culturale immateriale dell’Unesco. Un motivo in più per i turisti stranieri di andare nelle aree interne della Penisola verso i borghi alla ricerca di specialità e cantine. Perché nell’ultimo triennio una presenza straniera su due è collegabile all’interesse per enogastronomia che ha alimentato circa 132 milioni di giorni di permanenza turistica. Se solo l’Italia riuscisse a fare crescere le presenze turistiche internazionali del 5%, secondo le stime di SRM, il centro studi collegato al Gruppo Intesa Sanpaolo e sostenuto dalla Fondazione Compagnia di San Paolo, genererebbe valorizzando in sinergia con altri tematismi un miliardo di euro di giro d’affari. È quanto emerge dal report «Quando il vino incontra il turismo. Numeri e modelli delle cantine italiane» a cura di Roberta Garibaldi, docente all’Università degli Studi di Bergamo e presidente di Aite-Associazione Italiana Turismo Enogastronomico, in collaborazione con SRM presentato ieri a Hospitality, il Salone dell’accoglienza organizzato da Riva del Garda Fierecongressi.
«La competitività del settore, secondo le imprese, nasce dall’incontro tra impegno interno e politiche pubbliche capaci di accompagnare e amplificare gli sforzi privati - spiega Roberta Garibaldi -. Le imprese chiedono politiche prevedibili, accessibili e coerenti con le specificità dell’enoturismo, evitando discontinuità che rischiano di frenare la propensione a investire. Importante è anche l’accessibilità in tutte le sue forme. Emerge la richiesta di una governance più coordinata e strategica, in grado di fare sistema tra turismo, agricoltura, cultura e sviluppo territoriale».







