TUNISI – Qualcuno lo ha chiamato, gli hanno detto che sarebbero venuti a prenderlo e portato in carcere. Si trovava nelle isole Kerkenna, sulla costa orientale della Tunisia. “Mi sono spostato in fretta verso Tunisi. Avevo già un visto per la Francia: ho preso il primo volo per Parigi”, racconta Haythem El Mekki, 44 anni, giornalista conosciuto nel suo paese, con un seguito particolare sui social fra i giovani. Il giorno stesso, in effetti, è stato condannato a un anno di prigione. Era il 15 luglio.
Condannato perché? Per un tweet, con una foto dell’obitorio dell’ospedale di Sfax: i corridoi ingombri di cadaveri di migranti subsahariani, morti tentando la traversata verso Lampedusa, nell’aprile 2023, al culmine di uno degli ultimi flussi intensi di barconi in direzione dell’Italia. “Ma quel conto twitter, in realtà, non mi apparteneva, non sono stato io a rilanciare la foto”. Le autorità tunisine contestano anche l’istantanea, che, però, è stata autentificata da media e organizzazioni internazionali. Era la pura verità.
Haythem era stato assolto in primo grado, ma in appello è stato condannato, per un’immagine che in realtà non ha ritwittato e per una foto che ai tempi ha fatto il giro dei social in Tunisia e fuori. Benvenuti nel paese di Kais Saied, enigmatico presidente populista, grande amico di Giorgia Meloni. Vinse le elezioni nel 2019, tre anni dopo con un blitz (molto simile a un colpo di Stato) chiuse il Parlamento. E fece approvare l’anno seguente una Costituzione “iperpresidenzialista”, che ha svuotato la Camera dei deputati dei suoi poteri e soggiogato la magistratura ai voleri dell’esecutivo. Intanto iniziò la repressione: dal 2023 sono almeno 120 le persone imprigionate (solo in piccola parte sono riuscite a fuggire all’estero) per ragioni politiche. All’inizio i politici di professione (praticamente tutti i principali oppositori di Saied sono oggi in carcere), imprenditori, attivisti, magistrati. E ormai anche giornalisti e avvocati.






