Non è più una questione di numeri. A Tunisi da diversi mesi non importa quante persone rispondano a una mobilitazione o gli anni di condanna inflitti ad attivisti e giornalisti in processi giudicati iniqui. Il dato più significativo è un altro: la cappa autoritaria nel paese si è fatta opprimente, senza quasi più possibilità di invertire la rotta.
Sihem Bensedrine è il volto che più di tutti rappresenta l’attuale fase politica. Storica attivista per i diritti umani fin dai tempi di Habib Bourguiba e Ben Ali, recentemente è stata condannata a venticinque anni di carcere per la sua attività da presidente dell’Istanza della verità e della dignità (Ivd), una commissione chiamata a risanare gli anni bui della dittatura dopo la Rivoluzione del 2011.
ARRESTATA già nell’agosto del 2024 con l’accusa di aver falsificato il rapporto finale e liberata qualche mese dopo dopo un severo sciopero della fame, prima dell’ultima condanna ha rilasciato alcune rilevanti parole a il manifesto: «Ho l’impressione che, per l’attuale regime, imprigionare le persone considerate scomode sia diventato una sorta di lettre de cachet regia: ti rinchiudono e non esci più».
Qualche giorno prima, l’ultima manifestazione che ha toccato le strade del centro di Tunisi è stata un successo già solo per il fatto di poter scendere per strada e protestare contro l’aumento di episodi razzisti nel paese è una vittoria. Decine di persone hanno attraversato le vie del centro per denunciare la deriva xenofoba del governo, le violenze contro la comunità subsahariana e chiedere la fine degli accordi di cooperazione migratoria tra l’Unione europea e la Tunisia.









