Una manifestazione contro Kais Saied a gennaio 2026 a Tunisi - REUTERS/Jihed Abidellaoui
Cinque anni dopo il “colpo di stato”, che nel 2021 aveva spazzato via come birilli il Parlamento eletto, l’allora primo ministro Hichem Mechichi e la stessa Costituzione, il presidente della Tunisia Kais Saied continua a essere considerato un enigma, un capo di stato autoritario e sfuggente, da un lato spietato contro qualsiasi forma di dissenso sociale e politico, dall’altro capace di non far sprofondare i conti pubblici, che le persistenti crisi globali continuano a mettere sotto pressione. Di certo è un accentratore di potere (la successiva Costituzione approvata nel 2022, che di fatto introduce il presidenzialismo, gli conferisce la “responsabilità primaria” nel definire la politica statale) che continua a presentarsi come paladino della lotta alla corruzione.
“Purificheremo la Tunisia da tutti i corrotti e i complottisti”, aveva proclamato durante la campagna elettorale per le elezioni dell’ottobre 2024, vinte con oltre il 90% dei voti (da molti considerate elezioni-farsa), ma con un’affluenza che si era fermata al 27% per l’esplicito boicottaggio di quasi tutti i partiti di opposizione. Per cinque anni, Saied si è concentrato a realizzare il sistematico smantellamento di tutte le istituzioni nate dopo la Jasmine Revolution, la Rivoluzione dei Gelsomini che, proprio in Tunisia, con le prime marce alla fine del 2010, portò all’estromissione del dittatore Zine El Abidine Ben Ali e diede il via alla stagione delle “Primavere arabe”. Oggi sembra di essere tornati al passato: partiti politici marginalizzati e criminalizzati, magistratura riportata sotto il diretto controllo presidenziale, media indipendenti messi a tacere, organizzazioni non profit indebolite, sindacati costantemente sotto pressione. Il Democratic Erosion Consortium, un’organizzazione statunitense specializzata nell’analisi delle strutture democratiche, definisce lo stile di governo di Saied come un perfetto esempio di “autoritarismo furtivo”, in cui le istituzioni democratiche vengono gradualmente indebolite, svuotate. Tutto ciò che rimane, secondo il centro di ricerca, è una “facciata di democrazia”.










