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Da circa dieci giorni in Tunisia sono in corso estese proteste contro il presidente Kaïs Saïed, che governa in modo sempre più autoritario. Le manifestazioni più recenti criticano il piano di blackout programmati messo in atto dalla società statale STEG in diverse parti del paese, inclusa la capitale Tunisi, per evitare un collasso della rete elettrica nazionale durante un’ondata di calore che ha fatto aumentare l’uso dell’aria condizionata.

I sostenitori politici di Saïed si sono affrettati a presentare le interruzioni di elettricità, che talvolta provocano anche quelle dell’acqua corrente, come un problema circoscritto che verrà risolto presto. I manifestanti però sostengono che i blackout siano sintomo di un problema più grande, ossia che sotto il controllo di Saïed i servizi pubblici tunisini stanno crollando e che l’economia del paese non sta crescendo abbastanza. Il paese è fortemente indebitato, la disoccupazione è al 15 per cento, la crescita degli stipendi è inferiore a quella dell’inflazione e la crescita economica (del 2,5 per cento nel 2025) è stata definita dalla Banca Mondiale «moderata rispetto a paesi comparabili».

Oltre a Tunisi le proteste si sono tenute in città di medie e piccole dimensioni, come quelle costiere di Nabeul, Monastir e Sousse. A Menzel Abderrahmane, un comune di circa 24mila abitanti sulla costa nord, i manifestanti hanno dato fuoco a pneumatici e altri oggetti nel centro della città. A Zaghouan, una città di circa 20mila abitanti all’altezza di Hammamet, hanno bloccato le strade protestando sia a piedi sia in macchina.